martedì 21 novembre 2017
L'industria del calcio e gli idoli da consumare
di Giorgio Marota
Il caso Totti è solo l'ultima delle grandi polemiche che accompagna l'uscita di scena dei campioni. Ma che fine fanno le bandiere? E cosa succede quando cala il sipario sugli eroi dei nostri tempi?
“Non sto qua a dire: ‘Voglio giocare’. Non l’ho mai detto a nessuno, ma così non riesco a starci”. Francesco Totti è un fiume in piena, straborda di ricordi e di malinconia ai microfoni di Rai Sport: non si sente più al centro della Roma. “Così sto male – prosegue il capitano - e vorrei avere rispetto per quello che ho dato alla Roma, ho messo sempre la faccia davanti a tutto”. Totti non gioca più e la squadra non ha più bisogno di lui. Sembrava lontano negli anni questo momento, ma anche per lui è arrivato e alla società Roma non resta che un nome da apporre sulle maglie per venderne qualcuna in più in giro per il mondo.

E’ il declino di un eroe, una triste storia in cui perdono tutti. Dal suo popolo, che trova un idolo trascurato, all’uomo Francesco, ai margini del progetto tecnico di Spalletti e maltrattato dal punto di vista umano: “Il rapporto con il mister? Buongiorno e buonasera” spiega il fantasista. La bomba che scoppia a Trigoria ha eco in tutto il mondo e l’allenatore per tutta risposta lo caccia dal ritiro pre Roma-Palermo con l’accusa di aver destabilizzato l’ambiente. La pace – non sappiamo quanto di circostanza – è stata sancita, ma il mostro intanto è sbattuto in prima pagina e l’Italia si è spaccata come neanche in un referendum. Da una parte gli indignati (che mancanza di rispetto!), dall’altra i comprensivi (Totti deve capire che il suo tempo è passato!). Hanno ragione entrambi.

La discussione ha travalicato i confini del calcio e persino il presidente del consiglio italiano, Matteo Renzi, ha detto la sua (badate bene, "alla Ponzio Pilato", evitando di sporcarsi le mani): “È una vicenda complicatissima e stando a Roma ci si rende conto che quel che succede tra il capitano e il mister è talmente problematico che nessuno si può permettere di mettere bocca. Qualunque cosa tu risponda sei finito”. Vecchia storia quella degli eroi al tramonto. Ma che succede quando cala il sipario sulle leggende? Perché è così difficile abbandonare il palcoscenico sommessamente se sei stato il numero 1?. La storia del calcio è piena di esempi simili e per chi è cresciuto a pane, calcio e fantasia negli anni ’90, la nostalgia è dietro l’angolo. Baggio, Del Piero, Maldini, Zanetti e ora Totti. Uno ad uno hanno lasciato la scena, con più o meno polemiche, ma sempre spaccando, dividendo e creando fazioni. Dei campioni in fondo ci si innamora perdutamente e chi ama si lascia guidare dalle emozioni, molto spesso contrastanti.

Milano lo sa bene, patria di Maldini e Zanetti, tra i difensori più forti della storia del calcio. Sotto la Madonnina i due hanno vinto tutto: scudetti, Champions League, coppe e supercoppe di ogni genere, con tanto record di presenze nelle loro squadre. Per entrambi la carriera si è chiusa con una emozionante standing ovation da parte di San Siro, anche se qualcuno, poverino, ha avuto il coraggio di fischiare l’immenso Maldini, chissà poi per quale motivo. Il Paolo nazionale non la prese bene, tanto che dichiarò:“Orgoglioso di non essere uno di loro”. Fatto sta, ora è fuori dai quadri dirigenziali del Milan. Zanetti invece appesi gli scarpini al chiodo è diventato vice presidente dell’Inter. Mica male. La Juventus invece ha sbattuto la porta in faccia ad Alex Del Piero, numero 10 dalla classe infinita. Pinturicchio, così veniva chiamato uno che pennellava calcio sulla tela delle passioni, ha pagato una scelta ben precisa da parte dell’allenatore Conte: fuori per motivi tecnici, non più funzionale alla progetto Juve fatto di giovani, corsa, grinta e vittorie. Qualcuno ha storto il naso, altri hanno alzato la voce, ma la maggioranza l’ha salutato con rispetto e senza polemiche. Del resto in quel momento la Juventus si cuciva sul petto lo scudetto nove anni dopo l’ultima volta, con il ritorno degli Agnelli sul ponte di comando. Della serie: i vincenti, si sa, hanno sempre ragione.

L'hanno combinata grossa anche a Roberto Baggio, una leggenda che in molti hanno avuto l’onore di apprezzare. Fiorentina, Juventus, Milan e Inter, ma anche piazze di provincia come Bologna e Brescia: il Divin Codino ha deliziato tutti. Nella sua carriera straordinaria, un unico ma grande rimpianto: l’esclusione dalle convocazioni per il Mondiale del 2002: “Sarebbe stato il quarto e io dovevo esserci. Era giusto, era sacrosanto. Per la carriera che avevo avuto ne avevo diritto. Mi dovevano portare, darmi quell’occasione…”. Hanno mancato di rispetto ad un simbolo del calcio, lo hanno pensato più o meno tutti. Gli stessi che ora  consolano Totti, in un incredibile e surreale cerchio che sembra quasi chiudersi con il tramonto dell’ultimo grande sole del nostro calcio.

Che fine fanno quindi le bandiere? Finita la loro epoca le ammainiamo, a volte anche senza rispetto. Le più fortunate finiscono addirittura nei musei, per far largo a nuovi idoli da omaggiare. Perché così vuole il consumo e l’industria del divertimento, così vuole lo sport, da sempre una macchina del guadagno che si autoalimenta di nuovi idoli per garantirsi la sopravvivenza. Quando cala il sipario sulle leggende non resta che il ricordo, in una civiltà che non riconosce più i propri simboli e che troppo spesso si dimentica di ascoltare i saggi, coloro che invece avrebbero molto da dire e da insegnarci. Quando cala il sipario la gente si commuove, ne discute mentre abbandona la sala, ma dopo recensioni e titoli di giornali tutto finisce nel dimenticatoio. Il bigliettaio saluta: un grazie al pubblico pagante e arrivederci al prossimo spettacolo, il campione del futuro è già pronto per essere lanciato.
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