martedì 25 luglio 2017
Le Olimpiadi tra lati B e pacchi, quando un click vale più di una notizia
di Giorgio Marota
Durante i Giochi di Rio diverse imprese sportive lasciano il posto a ritratti sexy, o presunti tali, di atlete/i. È il trionfo del sessismo sui social e i giornali ne sono responsabili
Un titolo sbagliato e offensivo può costare una carriera ad un giornalista. È successo già tante volte, ora lo sa bene anche Giuseppe Tassi, direttore di Qs Quotidiano Sportivo, licenziato in tronco per un articolo in cui qualche suo titolista si è lasciato scappare l’aggettivo “cicciottelle” riferito a tre arciere italiane, che hanno sfiorato una medaglia alle Olimpiadi. I social sono insorti e l’editore Monti è stato costretto a dargli il benservito. Anche se non l’ha scritto Tassi, in questi casi, si sa, paga il capo famiglia.

Ah benedetti social, avrà pensato qualcuno, ma chi sbaglia dev’essere punito. È la dura - e a tratti intransigente - legge del web 2.0, che non ammette appelli o ricorsi e disseta il nostro più viscerale desiderio di vendetta. Perché diciamolo, veder saltare teste ci piace eccome. Le italiane Guendalina Sartori, Claudia Mandia e Lucilla Boari (sì, hanno anche un nome) sono state almeno parzialmente riscattate dal classico “genio da social”, uno di quei personaggi che varrebbe la pena di studiare, in grado di raccogliere migliaia di “mi piace” con un solo commento: “Io non chiamerei mai cicciottella una ragazza in grado di centrarmi in fronte con una freccia a 18 metri di distanza”. Della serie, ridiamoci su.

La magia dei Giochi Olimpici va comunque oltre queste gaffe. Sì perché internet, punitore e intransigente, sta regalando grandi perle di giornalismo tra tette, culi e pacchi. Che, per il solo fatto di alzare testosterone ed ormoni estrogeni, non vengono catalogate “offensive” come l’articolo sulle tiratrici con l’arco. Sì, avete letto bene: organi di informazione – più o meno accreditati – si stanno scatenando sui loro portali, con photogallery “piccanti” che poco hanno a che fare con lo sport e che invece, molto hanno a che fare con il sessismo e il “click baiting”, l’arte di attirare visite sul proprio sito tramite i social, attraverso la promessa di grandi notizie. Così per un argento olimpico della spadaccina Rossella Fiammingo, ecco il titolo di Libero che ne celebra l’impresa: “Rossella Fiamingo, argento a Rio e oro in bikini: le foto da urlo, lato B disegnato col compasso”. Una medaglia olimpica che sembra essere arrivata proprio per una “gran botta di culo”. Le foto sono rigorosamente rubacchiate qua e là dai profili social dell’atleta, come del resto ammette "Libero", con onestà intellettuale: “in questa gallery, infatti, vi sveliamo la Fiamingo segreta”. Ah si?

Il "Corriere dello Sport", che di imprese sportive ne ha raccontate tante, forse s’è pure stancato. Almeno per quanto riguarda una delle stelle di questi giochi, la greca Anna Korakaki, vincitrice di un oro nella pistola ad aria 25 metri e di un bronzo in quella da 10 metri: “Rio 2016: Anna Korakaki, la sexy pistolera greca”. Il desiderio maschile sale, immagina una pistolera in topless, clicca e trova invece 27 foto della gara olimpica, due in posa con la pistola e una in normale bikini in una normale domenica di relax nel mar Egeo. Della greca nuda non v’è traccia, la Koraki è soprattutto in tutona, occhiali e paraocchi. “Sexy de che, manco si vede una coscia”, ammette con sarcasmo e polemica un utente. Come dargli torto.

Ma attenzione ad accusare i giornali di maschilismo, perché c’è gioia anche per le donne. Grazie al "Cosmopolitan", che si supera con una galleria di 36 foto e un titolo geniale: “I migliori pacchi regalo degli atleti alle Olimpiadi”. Il festival del luogo comune si realizza: chissenefrega delle medaglie e della competizione, siamo donne e vogliamo vedere solo muscoli, pacchi e bellocci. La didascalia che le accompagna è da Oscar: “Sarà Madre Natura o il costumino troppo stretto?”. Ventunomila e 300 condivisioni su Facebook ci ricordano che forse, al di là della gogna dei social che si accanisce su qualcuno e salva altri, c’è un giornalismo online che vive di sensazionalismo. E che si preoccupa più dei click che dell’informazione. Eppure si sa, le discriminazioni di genere non ci piacciono affatto, le offese tanto meno, ma la speranza di un po’ di tette, culi e pacchi su Facebook non tramonta mai. Magari poi ci trovo tutt’altro, ma fosse vero, ne varrebbe sicuramente la pena.
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