Young4Young
Facolta' di Scienze della Comunicazione Sociale

mercoledì 10 febbraio 2016

Gridatelo dai cartelli?

di Gian Carlo Olcuire

Messaggio anonimo n. 6

lunedì 16 luglio 2012



Disegno di Saul Steinberg

«Dio c’è». È stata una delle prime scritte infestanti, apparsa sui cartelli stradali quando i graffitari non erano ancora manco spermatozoi.
«Dio c’è»
. Un atto di fede secco, «asseverativo ma poco probativo» avrebbe detto un insegnante. Ma, se «Dio c’è», da qualche tempo qualcuno aggiunge: «Quale?».
È il destino dell’affermazionismo: le frasi lapidarie, dogmatiche, troppo sicure di sé, provocano. E inducono ad attaccare una coda. Che può essere innocua («Dio c’è. A volte basta bussare»), ma più spesso è velenosa: da «Dio c’è… ma non si impegna» a «Dio c’è. Telefonare ore pasti», da «Dio c’è. O ci fa?» alla bellissima «Dio c’è. Ma non sei tu. Rilàssati».
Il negazionismo, che è una reazione all’affermazionismo, ha prodotto persino una leggenda metropolitana, secondo cui la scritta «Dio c’è» indicherebbe “droga nei paraggi” (sarebbe l’acronimo di «Droga In Offerta: Costi Economici»). E non sono poche le battute che irridono tutto ciò che ha a che fare con la fede. Da «Tutti noi abbiamo bisogno di credere in qualcosa. Io credo che tra un attimo mi farò un’altra birra» (letta su una t-shirt) a «Non solo Dio non esiste, ma provate a trovare un idraulico la domenica!» (Woody Allen).
La fede va resa semplice, ma, se non tocca il cervello e il cuore, è anche semplice buttarla in vacca. Ha senso dire che «Dio c’è», senza raccontarne i gesti e le parole? Senza trasmettere la gioia di credere in un Dio che è padre nostro?

Pubblicato il bando del premio L'Anello Debole 2016

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