Young4Young
Facolta' di Scienze della Comunicazione Sociale

venerdì 01 agosto 2014

Norvegia. Quel gesto folle che non ha ucciso la speranza

di Vittorio Sammarco

Un anno fa la tragedia in Norvegia, dove hanno perso la vita 77 persone, quasi tutti giovanissimi impegnati in politica e nella società. I loro amici non si arrendono: "La società deve essere protetta", dicono. E riprende la voglia di vivere

martedì 17 luglio 2012



Anders Behring Breivik

A volte in riviste che non ti aspetti, su pagine che sfogli distrattamente, scopri squarci di illuminante saggezza. Pensieri e parole che ridanno speranza. Non esagero se dico che quando ho letto il servizio di D la Repubblica delle donne del 7 luglio scorso, che riportava le testimonianze di come stanno elaborando il terrore le giovani vittime di Anders Behring Breivik il terrorista-nazista norvegese, che negli attentati del 22 luglio 2011 in Norvegia ha provocato la morte di 77 persone, mi si è aperto il cuore.

Erano quasi tutti giovanissimi, non ancora maggiorenni, riuniti in un campo scuola di formazione alla politica e alla vita sociale. Giovani impegnati, belli, pieni di speranza, solidali. Il loro futuro è stato stroncato e quello dei giovani amici salvi per miracolo è ora pieno di paure, angosce, ferite, dubbi. Perché hanno visto in faccia non solo la morte, ma anche la crudeltà, la ferocia sistematica, la voglia di sbarazzarsi di giovani vite nel nome di un ideologia fanatica e ossessiva. Quella che portava Breivik ad inveire (da tempo e anche su internet) contro tutte le culture diverse dalla sua, le idee di solidarietà che - a suo dire – macchiavano la “purezza” naturale del suo popolo.  Deliri già sentiti e che hanno fatto del novecento il secolo delle tragedie che conosciamo.

In questi giorni si attende la sentenza del processo Breivik, e la Norvegia è tormentata se sia giusto dichiararlo insano di mente (e quindi avviare un processo di recupero) o condannarlo alle sue responsabilità e alla pena per gli atroci delitti. Pena che non potrà mai essere tale da compensare il dolore inferto.
I giovanissimi norvegesi scampati alla morte, ma con il ricordo nel cuore dei loro amici, raccontano alla giornalista Paola Santoro come stanno vivendo oggi quel dramma. E – senza parlare di perdono, percorso troppo arduo, soprattutto verso chi ancora sprezzante nelle giornate del processo palesa odio, indifferenza, sarcasmo e arroganza – dicono qualcosa di clamoroso: non si è spenta la speranza, anzi.

Quel gesto non ha affatto spento la voglia di migliorare il mondo, piuttosto  “ha rafforzato quegli ideali condivisi dagli scampati: il multiculturalismo, la tolleranza, l’apertura all’altro, l’europeismo. Tutti sono impegnati in prima persona per far fallire ogni deriva xenofoba”. I giovani che hanno vissuto il dramma di Utoya (il posto incantevole dove è avvenuto il massacro) sanno che quegli ideali sono fragili, continuamente soggetti alle accuse di chi predica e pratica odio. E vogliono che non sia stato versato invano il sangue dei loro amici.

Molti di loro hanno ripreso a fare politica (sì, proprio politica), attività culturali, ad organizzare iniziative di soliidarietà e a progettare il futuro. Non nonostante tutto, ma proprio perché quel tutto è successo. “La società deve essere protetta”, dicono.
E se qualcuno pensasse che sia ingenuità giovanile, si può rispondere che è meglio, molto meglio, del cinismo disfattista di chi dice che non c’è nulla da fare, che l’uomo sarà sempre lupo per l’altro uomo

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