giovedì 23 maggio 2013
giovedì 23 maggio 2013
Norvegia. Quel gesto folle che non ha ucciso la speranza
di Vittorio Sammarco
Un anno fa la tragedia in Norvegia, dove hanno perso la vita 77 persone, quasi tutti giovanissimi impegnati in politica e nella societĂ . I loro amici non si arrendono: "La societĂ deve essere protetta", dicono. E riprende la voglia di vivere


Erano quasi tutti giovanissimi, non ancora
maggiorenni, riuniti in un campo scuola di formazione alla politica e alla vita
sociale. Giovani impegnati, belli, pieni di speranza, solidali. Il loro futuro
è stato stroncato e quello dei giovani amici salvi per miracolo è ora pieno di
paure, angosce, ferite, dubbi. Perché hanno visto in faccia non solo la morte,
ma anche la crudeltĂ , la ferocia sistematica, la voglia di sbarazzarsi di
giovani vite nel nome di un ideologia fanatica e ossessiva. Quella che portava
Breivik ad inveire (da tempo e anche su internet) contro tutte le culture diverse
dalla sua, le idee di solidarietà che - a suo dire – macchiavano la “purezza”
naturale del suo popolo. Deliri giĂ sentiti e che hanno fatto del novecento il
secolo delle tragedie che conosciamo.
In questi giorni si attende la sentenza del
processo Breivik, e la Norvegia è tormentata se sia giusto dichiararlo insano
di mente (e quindi avviare un processo di recupero) o condannarlo alle sue
responsabilitĂ e alla pena per gli atroci delitti. Pena che non potrĂ mai
essere tale da compensare il dolore inferto.
I giovanissimi norvegesi scampati alla morte, ma
con il ricordo nel cuore dei loro amici, raccontano alla giornalista Paola
Santoro come stanno vivendo oggi quel dramma. E – senza parlare di perdono,
percorso troppo arduo, soprattutto verso chi ancora sprezzante nelle giornate
del processo palesa odio, indifferenza, sarcasmo e arroganza – dicono qualcosa
di clamoroso: non si è spenta la speranza, anzi.
Quel gesto non ha affatto spento la voglia di migliorare il mondo, piuttosto “ha rafforzato
quegli ideali condivisi dagli scampati: il multiculturalismo, la tolleranza,
l’apertura all’altro, l’europeismo. Tutti sono impegnati in prima persona per
far fallire ogni deriva xenofoba”.
I giovani che hanno vissuto il dramma di Utoya
(il posto incantevole dove è avvenuto il massacro) sanno che quegli ideali sono
fragili, continuamente soggetti alle accuse di chi predica e pratica odio. E vogliono
che non sia stato versato invano il sangue dei loro amici.
Molti di loro hanno
ripreso a fare politica (sì, proprio politica), attività culturali, ad organizzare iniziative di soliidarietà e a progettare il futuro. Non nonostante tutto, ma proprio perché quel tutto è successo.
“La società deve essere protetta”, dicono.
E se
qualcuno pensasse che sia ingenuità giovanile, si può rispondere che è meglio,
molto meglio, del cinismo disfattista di chi dice che non c’è nulla da fare,
che l’uomo sarà sempre lupo per l’altro uomo