Young4Young
Facolta' di Scienze della Comunicazione Sociale

martedì 23 dicembre 2014

Mafia. La lingua batte... se la mente vuole

di Andrea Montesano

Bisogna continuare a parlare di mafia, a farne conoscere la realtà, come voleva Paolo Borsellino. E a cercare la verità sulla crimnalità organizzata e sui suoi rapporti con lo Stato

venerdì 20 luglio 2012



L'attentato in cui morì Paolo Borsellino

Era imbottita di tritolo, la Fiat 126 che esplodendo in Via D’Amelio, vent’anni fa, cancellava per sempre la vita di Paolo Borsellino. Appena solo dopo 57 giorni la strage di Capaci nella quale perse la vita Giovanni Falcone. La data del 19 Luglio 1992 segnò così la triste ma persistente vittoria di una mafia, anzi di “Cosa Nostra”, in grado di vincere su un territorio siculo e non solo. Era stato sparso ancora una volta il sangue di una guerra fra anti-Stato e Stato, probabilmente coinvolto in affari e vicende troppo “esplosive” per far sì che trapelassero alla portata dei media.

Paolo Borsellino fu un giudice, che dedicò tutta la sua vita alla lotta contro la mafia. Palermitano di nascita, essendo vissuto sempre a contatto con la triste realtà mafiosa delle sicilia, da subito riusci a capire i meccanismi mafiosi di omertà, onore e potere che ruotavano intorno all'isola. Dopo l'università si iscrisse ad un'organizzazione politica di estrema destra, e nonostante ciò durante tutto il suo operato nel mondo della giustizia, non diede mai adito ad alcuna ligua mal pensante di accusarlo di una tale scelta così radicale. Il suo atteggiamento fu sempre così chiaro, limpido e cristallino che sia il mondo della destra che quello della sinistra non ebbe mai il coraggio di accusarlo di favoritismi.

 Ripeteva nei suoi discorsi non “se mi ammazzeranno”, ma “quando mi ammazzeranno”, segno che nell’aria c’era già il sapore di qualcosa di sbagliato, o forse di unatriste certezza che il magistrato ebbe dopo che scoprì che un carico di tritolo destinato ad una “fatidica” esplosione era stato sequestrato della Finanza in quei giorni.

Venti anni di bugie e menzogne,
dove per quasi tutto il tempo la giustizia italiana ha creduto (forse per trovare semplicemente un colpevole, o forse perché furono davvero indagini fondate) al falso pentito Scarantino, il quale si costituì come colui che aveva condotto la “126 dal cofano bordeaux” nei pressi del numero civico 19. Più volte, infatti, il meccanico della borgata palermitana della Guadagna si era autoaccusato di essere stato lui a occuparsi del furto e poi dell’esplosione dell’auto. Considerate però le continue ritrattazioni, si sviluppò il sospetto che Scarantino fu spinto a dichiarare il falso, probabilmente dagli agenti che in quel periodo si occupavano delle indagini sulla strage in questione. Il 27 Gennaio 1996 fu condannato a diciotto anni di reclusione. Successivamente Vincenzo Scarantino alternerà le sue versioni di colpevole e non, come nel Giudizio d’appello per il Borsellino Bis, all’interno del quale, dopo la clamorosa ritrattazione in tornò a dichiararsi innocente e non imputabile di alcun reato, fu inaspettatamente creduto dai magistrati.

Cela un mistero inoltre la questione dell'Agenda Rossa che il magistrato portava sempre con sé. Infatti scomparve “nel nulla” a seguito dell’attentato e da allora non fu mai più ritrovata. Cosa conteneva quell’agenda di tanto prezioso da farla sparire dalla circolazione? E soprattutto CHI aveva interesse a farla sparire? La scomparsa dell’agenda “faceva parte” del piano, non bastava solo l’atto dell’uccisione di Borsellino. Conteneva infatti noti interrogatori a pentiti come Gaspare Mutolo, il quale dichiarò apertamente contatti fra magistratura, politica, istituzioni e servizi segreti, e per la prima volta c’era un pentito che apriva il gran baule di segreti di Cosa Nostra. In quell’agenda forse erano marchiati grandi segreti e i nomi dei mandanti che avevano organizzato l’attentato al giudice Falcone, erano incisi i codici per sbloccare l’intero sistema di criminalità organizzata.

 I giudici della città di Palermo, dopo vent’anni, indagano sui presunti rapporti fra Stato e mafia, ma le ricerche portano a ben pochi risultati.In questi giorni a Palermo, presso il Palazzo di Giustizia, stanno avendo luogo le commemorazioni del ventennale della strage. All’interno dell’incontro i magistrati presenti hanno deciso di esortare alla ricerca della verità sempre più avvolta nel mistero, di uno Stato spesso confuso e forse anche corrotto.

Prenderei spunto dal testo di Frankie I-Nrg del brano Potere alla Parola, per dire che sarebbe giusto fermarsi a riflettere, e se si vuole combattere l’omertà di verità non dette, si potrebbe affermare, diversamente dal noto proverbi,o “la lingua batte…se la mente vuole”.

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