Young4Young
Facolta' di Scienze della Comunicazione Sociale

domenica 02 agosto 2015

Gli italiani per il Censis: l'io, innanzi tutto, ma alla ricerca di cosa?

di Vittorio Sammarco

Senza regole le pulsioni hanno un impatto distruttivo. Sono le prime conlcusioni a cui è giunto il Censis aprendo il Mese del sociale, tradizionale appuntamento per capire dove va l'Italia. Molti i punti oscuri, ma anche qualche barlume di speranza

martedì 07 giugno 2011



“E' il vivere quotidiano che appare minacciato, in una situazione in cui colpisce anche l'occasionalità delle forme di violenza di cui tutti e ciascuno possono essere vittima”.
E' il quadro a tinte fosche disegnato dal Censis (Centro Studi investimenti sociali, www.censis.it ) nella prima delle quattro riflessioni con cui è stato dato il via, il 6 giugno, al tradizionale appuntamento del Mese del sociale. Motivo di questa minaccia? “La crescente sregolazione delle pulsioni”, che è il titolo del rapporto presentato dai ricercatori. Ossia: una societĂ  in cui sono “sempre piĂą labili i riferimenti valoriali e gli ideali comuni, debole la consistenza dei legami e della relazioni sociali”, e quindi in cui crescono “fenomeni e comportamenti” che non sono sottoposti piĂą a nessun controllo, frutto dell'impulso immediato per il soddisfacimento del proprio desiderio e che spesso, perciò, nell'indifferenza “dell'altro”, finiscono anche per generare microviolenza e aggressioni quotidiane.
Infatti sono proprio minacce e ingiurie, lesioni, percorse e violenze sessuali i delitti in aumento dal 2004 al 2009, pur se il numero complessivo dei reati è diminuito. Ma ci sono anche molte altri indicatori che segnalano questa anomala e distruttiva iperestensione dell'io nell'ingovernabilità delle pulsioni. Il dato del consumo di droghe, ad esempio, che – seppure genericamente diminuito -, indica un aumento dei consumatori di cocaina, delle droghe sintetiche e soprattutto del combinato devastante con l'uso di alcol che dal 2008 al 2010 ha visto un preoccupante aumento dei consumatori, soprattutto giovani (fascia 18-24 anni: da 15,4 a 17,4%, coloro che ammettono di aver avuto nell'anno almeno un comportamento a rischio, cioè un consumo giornaliero non moderato, alias, una sbornia). E' la logica dello “sballo”, sostenuta e giustificata dalla necessità di evadere dalla routine (almeno una volta e con la sicurezza – quasi mai fondata - che la trasgressione non avrà effetti sulla vita quotidiana).
E poi un aumento spropositato di antidepressivi (più che raddoppiati dal 2001 al 2009 passando da 16,2 a 34,7 dosi giornaliere per 1000 abitanti). C'è, ancora, il mai sopito shopping compulsivo, che riguardatra l'1 e l'8% (soprattutto donne) della popolazione (si tratta solo di capire quanti e per quante volte cedono al gusto di comprare “al volo” qualcosa di cui non sentivano neppure lontanamente il bisogno prima di entrare nel negozio). Ma la crisi economica – si può dire per fortuna? – ha frenato questo stimolo, alimentato in mille modi dalle esigenze di mercato.
E inoltre: un “irresistibile” ricorso alla chirurgia estetica, di tutti i tipi ma con prevalenza rinoplastica e mastoplastica (la SocietĂ  italiana di Chirurgia plastica riporta circa 450mila interventi nel 2010, mentre erano stati circa 200mila nel 2009), per “piacersi e piacere di più” e “stare meglio con se stessi”, anche se la maggioranza continua a motivare l'intervento con la necessitĂ  di “correggere un difetto fisico”...
Poi ci sono le nuove dipendenze. Quella da gioco d'azzardo (la raccolta complessiva nel 2010 è stata di circa 60 miliardi contro i 53 dell'anno precedente e i 40 del 2007); con particolare preferenza per le macchinette e le slot, proprio la forma più solitaria, ripetitiva e annichilente, per gesti, metodo e finalità. E infine la dipendenza da Internet, che ha visto nascere veri e propri centri di aiuto per liberarne le “vittime”. Gli italiani primeggiano, almeno in questo settore: con una media di 6,5 ore al mese di connessione per l'accesso ai social network, sono in testa alle classifiche europee. Ma qui, finalmente, i ricercatori lasciano intravedere anche qualche motivo di speranza. Ebbene, dicono l'autrice K. Vaccaro, G. Roma e G. De Rita, di certo non bisogna considerare internet né la fonte né la panacea di tutti i mali. Ma di certo si sta verificando che dentro questi nuovi spazi o anche a partire da essi, una nuova modalità di socializzazione prende piede, un recupero della relazionalità (virtuale o reale che sia), il “desiderio di riappropriarsi di uno spazio di significato condiviso su cui cominciare a costruire il cambiamento”. Sapranno istituzioni, politica, agenzie formative dare volto e forma positiva a questo desiderio?

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