Young4Young
Facolta' di Scienze della Comunicazione Sociale

sabato 19 aprile 2014

Siamo malati di "presentismo", ma forse non lo sappiamo

di Vittorio Sammarco

Un'Italia che non sa guardare al passato né immaginarsi il futuro; che non ha voglia di costruire con fatica, di impegnarsi per cambiare, che nel "qui e subito" fonda le proprie scelte. La lettura del Censis

mercoledì 22 giugno 2011



Che brutta l’Italia descritta dal Censis in questo Mese del sociale 2011!

Una società «rattrappita nel presente», «senza attenzione per il passato e con poca tensione verso il futuro»; in cui l’individualismo avrebbe insegnato a fare «solo ciò che ci piace», senza nessuno sforzo verso la costruzione, la fatica, la progettazione. Insomma una «società che non avanza» e che «al desiderio ha sostituito la voglia, alle passioni le emozioni, al progetto l’annuncio». Sentenza: «davanti ad ogni percorso siamo abituati a cercare una scorciatoia e ciò che costa sacrificio non solo non ci piace come in fondo è sempre stato, ma ci viene presentato dalla società come un’inutile perdita di tempo».

 

E i giovani (guarda un po’) sarebbero le prime vittime di questo imperante modello di pensiero.

Due dati su tutti, creano allarme. Il primo è sulla scuola: secondo i dati riportati dall’istituto di ricerca guidato da Giuseppe De Rita, a domanda «Secondo lei, l’educazione e la formazione professionale sono un’opzione attraente per i giovani del vostro Paese? », gli italiani fino ai 35 anni e che rispondono NO sono in netta maggioranza rispetto ai coetanei di altri 13 Paesi europei (ad es. in Germania e Austria sono al massimo il 10, mentre da noi il 50 per cento).

Altro dato che denota la scarsa voglia di investire sul futuro, di fare impresa: «i giovani italiani sono quelli che meno in Europa prospettano di avviare una propria attività autonoma, il 27,1% contro una media europea del 42,8». Con una motivazione assai significativa: per la maggior parte (22per cento) appare ‘complicata’ l’iniziativa imprenditoriale (contro una media del 13). Commento: «ancora una volta la paura della complessità, vere e presunte, sembra ingoiare le speranze dei giovani.

 

E poi ci sono altri dati che dimostrerebbero secondo i ricercatori questa sorta di malattia di “presentismo”.

La ricerca del benessere immediato, basti pensare alle diete non riuscite, le palestre che diventano una specie di discoteca e luoghi di socializzazione e l’abuso ricorrente e veloce di farmaci e psicofarmaci.

La rapida ripetitività dell’informazione. Il successo del web è cosa nota, ma ora abbiamo perfino lo web-zapping, sì, proprio come si fa con il telecomando della tv, «solo nel giro di un anno il tempo medio di permanenza su una pagina web è passato da 33 a 29 secondi».

L’allentamento delle responsabilità familiari: l’età media del primo matrimonio che nel 1990 era di 25,6 anni per le donne e di 28,5 per gli uomini è oggi di 30 per le donne e di 33,1 per gli uomini. E così si è alzata anche l’età media delle madri al primo parto: dai 27,1 anni del 1991 ai 30,8 attuali. Ma qui ci permettiamo di aggiungere che le difficili condizioni socioeconomiche (il lavoro su tutto) non possono essere dimenticate come condizione che ostacola la scelta.

E poi c’è la rapidità e la crescente irrazionalità dei mercati finanziari (una vera e propria “isteria” secondo il Censis). O anche il gioco compulsivo, macchinette, gratta e vinci, lotterie istantanee, dove “vincere o perdere è un’emozione che può consumarsi in pochi attimi.

 

Per finire poi con il dilagare dei consumi low cost, con facilità, «consumiamo rapidamente e non cerchiamo più prodotti che ci accompagnano a lungo o che abbiamo desiderato a lungo». In sostanza mentre negli ultimi anni calano le spese per consumi durevoli aumentano quelli per servizi, alberghi e ristoranti. Cresce cioè la voglia di stare intorno ad un tavolo, scambiare quattro chiacchiere e soprattutto mangiare. E qui De Rita è stato sarcastico: «se avessi dovuto fare un titolo – ha detto – avrei scritto ‘gli indignati al ristorante'». E ha spiegato che, appunto, il problema del nostro Paese è di esaurire con facilità la spinta dell’etica, che ci fa indignare, può essere, ma senza passare alla successiva fase della costruzione, dell’impegno, della progettazione, della fatica, della prospettiva futura, per cambiare le cose.

A questo punto, conclude il Censis, «perdono anche di efficacia le esortazioni morali, perché le esortazioni vengono percepite solo a livello emozionale e lì consumate: a livello emotivo tutti ci sentiamo responsabili, solidali e altruisti… ma questa bontà poi non si confronta sufficientemente con la storia».

Un quadro eccessivamente pessimistico? Sarebbe interessante aprire un dibattito….

 

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