venerdì 7 ottobre 2022
Il cambiamento climatico è un "codice rosso" per l'umanità
di Gianluigi Marsibilio
Il nuovo report dell'IPCC descrive una situazione senza precedenti per il cambiamento climatico. Le Nazioni Unite hanno invitato la comunità politica ad un'azione immediata
11 agosto 2021

 

L’uomo e le sue attività stanno inequivocabilmente influenzando il riscaldamento dell’atmosfera, degli oceani e della terra.

Tutto questo emerge dall’ultimo rapporto IPCC, che mostra il disegno di un clima sempre più compromesso dalla mano dell’uomo negli ultimi 2.000 anni. Abbassare le emissioni di un 7% l’anno è un obiettivo non solo auspicabile, ma decisamente da raggiungere per evitare l’aumento incontrollato della temperatura globale ben oltre gli 1,5°C.

Il rapporto presentato, è importante precisarlo, è il risultato del lavoro di uno dei gruppi di lavoro del panel internazionale dell’IPCC. Altri due report, frutto di altri gruppi di ricerca, saranno presentati solo nel 2022.

Alcuni punti chiave sulla situazione del clima elaborati nel rapporto sono: l’aumento della temperatura globale di +1,09°C nel decennio 2011-2020, rispetto al cinquantennio 1850-1900; il tasso di innalzamento del mare triplicato rispetto al periodo 1901-1971; entro il 2040 si supererà la soglia dei +1,5°C (limite fissato dalla Conferenza di Parigi) in ogni scenario elaborato dalle varie fonti e dati scientifici raccolti dal panel. Questi sono solo alcuni spunti che vengono fuori da un documento che, complessivamente, è molto lungo e che meriterà di essere studiato e approfondito da scienziati e policymaker nel corso dei prossimi mesi. 

L’IPCC e i suoi report sono alla base delle proposte, delle azioni e delle scelte della comunità scientifica e non solo: calzante la definizione data da Politico, che ha parlato del lavoro del panel come di un «intellectual fuel». In questa direzione avere benzina, idee e spunti per quello che sarà il summit di Glasgow che si terrà a novembre è estremamente importante.

Quella pubblicata ad inizio settimana è la sesta valutazione complessiva dell’IPCC, per la realizzazione del rapporto sono stati analizzati e sfruttati oltre 14.000 studi.

 

 

 

 

Cinque scenari sono al centro del rapporto IPCC, ognuno dei quali prevede che le temperature nei prossimi vent’anni oltrepasseranno quella fatidica soglia critica dei +1,5° rispetto al periodo pre-industriale: durante la conferenza delle parti, che ha portato all’accordo di Parigi, il superamento di un grado e mezzo era visto come il limite da scongiurare. Gli scenari nel dettaglio vanno da un panorama in cui già ci si è preparati per invertire la rotta delle emissioni fino a quelli più cupi, in cui il tasso di assorbimento di CO2 degli ecosistemi terrestri (foreste, oceani ecc..) sarà sempre più basso.

Il concetto dei tipping point può essere uno spunto per comprendere la gravità della situazione, tuttavia dietro l’aumento di 1,5°C o 2°C ci sono una serie di fattori combinatori e situazioni che vanno analizzate in scala locale e globale, un esempio molto interessante che rende chiaro come i diversi ecosistemi siano colpiti è stato elaborato in un articolo di Grist.

Il ruolo dell’uomo nel processo del cambiamento climatico è chiaro, inequivocabile, e su The Guardian il professor Tim Palmer (University of Oxford) ha contrassegnato chiaramente un punto: «If we do not halt our emissions soon, our future climate could well become some kind of hell on Earth».

Per arrivare a scongiurare il peggiore degli scenari si può analizzare l’impatto della nuova proposta di legge USA, in via di approvazione bi-partisan, dedicata alle infrastrutture, che riconosce chiaramente il termine “crisis” parlando di clima, e mette a disposizione del mercato connesso ai veicoli elettrici 7,5 miliardi di dollari e tanti altri fondi strutturali (complessivamente si supera il triliardo) per cambiare infrastrutture come ponti, dighe e trasporto pubblico. Il piano sulle infrastrutture è una parte di un’azione politica che dovrebbe portare, nei prossimi mesi, al Congresso USA una legge indirizzata più specificatamente a impegnarsi contro il cambiamento climatico.

I miglioramenti raggiunti nella costruzione di modelli e scenari climatici (di cui avevamo parlato con la professoressa Alessandra Giannini) oggi permettono anche di analizzare in dettaglio situazioni regionali e locali, in questa direzione è preoccupante l’allerta che arriva dall’EU Copernicus Atmosphere Monitoring Service (CAMS) che ha identificato nella zona del Mediterraneo un “wildfire hotspot”.

La pubblicazione del rapporto IPCC è la prima di un biennio di report importanti che culminerà nel 2022 con un rapporto dedicato a possibili strategie di mitigazione del cambiamento climatico. L’orizzonte è la nuova conferenza delle parti di novembre, in cui l’obiettivo sarà portare avanti una trattativa su più livelli: quello scientifico, quello geopolitico e quello economico.

John Kerry, primo delegato di un presidente USA ad avere un mandato dedicato al clima, ha parlato al New Yorker in maniera chiara di uno scenario apocalittico. Nel suo discorso ha richiamato le grandi potenze globali, che stanno ancora investendo sul carbone. Nell’assetto e nella preparazione degli accordi globali si incontrano i tre piani menzionati precedentemente e con il lavoro scientificamente incredibile dell’IPCC sicuramente abbiamo strumenti in più per conoscere e parlare di clima ad un livello locale e globale. Importante è lo strumento dell’IPCC, che sfruttando dataset e studi per il report, ha creato un atlante globale per monitorare la situazione climatica nella propria zona di interesse.

Il report uscito e gli studi in arrivo nel 2022, insieme al summit di Glasgow, saranno uno snodo importante per indirizzare azioni climatiche, dibattito e consapevolezza del problema che rischia di colpire (e già lo fa) nell’immediato aree già estremamente vulnerabili come l’Africa o l’Asia. Gli eventi degli ultimi mesi però hanno dimostrato che anche l’Europa non è immune a situazioni che non si presentano più come emergenze straordinarie ma come devastante quotidianità.

 

 

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