domenica 23 gennaio 2022
Cop26, passi in avanti o solo “bla bla bla”?
di Paolo Rosi
Le reazioni delle associazioni ambientaliste alla Conferenza dell’Onu sui cambiamenti climatici si dividono tra critiche e speranze ottimiste
2 dicembre 2021

«Non è un segreto che la Cop26 sia un fallimento. Dovrebbe essere ovvio che non possiamo risolvere la crisi climatica con gli stessi metodi che l’hanno provocata». Così si è espressa la giovane attivista Greta Thunberg nel suo discorso al termine della Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. «Questa non è una conferenza globale sul clima, ma un festival del greenwashing dei Paesi del Nord del mondo» ha proseguito, «una celebrazione di due settimane del "business as usual" e del "bla bla bla". Le persone più colpite nelle aree più colpite dal cambiamento climatico rimangono inascoltate. E le voci delle generazioni future stanno affogando nel loro greenwashing, nelle loro parole e promesse vuote». Parole dure, proclamate davanti a una platea di attivisti plaudenti. Ma le decisioni della Cop26 sono state davvero così deludenti?

 

 

Le decisioni della Cop26

Al termine della Cop26, tenutasi dal 31 ottobre al 12 novembre 2021, 197 Paesi hanno firmato un accordo, diffuso come “Patto di Glasgow per il clima” (Glasgow Climate Pact). L’accordo conferma l’obiettivo di limitare a 1,5 gradi centigradi il riscaldamento globale, rispetto ai livelli pre-industriali, come già deciso con l’Accordo di Parigi. Per raggiungere tale obiettivo è necessario ridurre significativamente le emissioni complessive di gas serra, cioè zero emissioni entro il 2050.

Nel documento finale si sottolinea dunque la necessità di "accelerare gli sforzi verso la riduzione graduale dell'energia a carbone" e di "eliminare gradualmente" i sussidi ai combustibili fossili. Allo stesso tempo, sarà fondamentale riuscire a sostenere economicamente i Paesi più poveri e vulnerabili, riconoscendo "la necessità di sostegno verso una transizione giusta", “tenendo conto delle diverse circostanze nazionali". Difatti ai Paesi ricchi si chiede di "almeno raddoppiare" entro il 2025, rispetto ai livelli del 2019, i finanziamenti per sostenere la transizione dei paesi in via di sviluppo.

 

 

Tuttavia l’accordo è stato pesantemente compromesso - «sono riusciti ad annacquare il bla bla bla», ha detto Greta Thunberg - dalle pressioni dell’India, che ha imposto una frenata sulla cessazione dell’uso del carbone: nel testo è stata sostituita l’espressione “phase-out”, cioè eliminazione progressiva del carbone, con “phase-down”, cioè riduzione graduale.

Il presidente della Cop26 Alok Sharma si è addirittura scusato, in lacrime, per il risultato raggiunto al termine del summit, definendolo «una vittoria fragile»: «Abbiamo mantenuto 1,5 gradi a portata di mano, ma l'impulso è debole e sopravviverà solo se manterremo i nostri impegni». Molto critico anche Antonio Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite, che ha commentato così su Twitter: «Il risultato di Cop26 è un compromesso che riflette gli interessi, le contraddizioni e lo stato della volontà politica nel mondo di oggi. È un passo importante, ma non basta. È ora di entrare in modalità di emergenza. La battaglia per il clima è la battaglia delle nostre vite e quella battaglia deve essere vinta».
In una nota ufficiale invece, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha accolto positivamente l’esito della conferenza, poiché sono stati mantenuti «vivi gli obiettivi dell'accordo di Parigi, dandoci l'opportunità di limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C».

Le reazioni delle associazioni ambientaliste

Mentre i governi dei vari Paesi erano riuniti nello Scottish Event Center, dove si è tenuta la Cop26, per le strade di Glasgow si sono susseguite numerose manifestazioni per tutta la durata della conferenza. Migliaia di manifestanti si sono uniti a Fridays for Future per ribadire la propria sfiducia nei leader mondiali e ricordare la necessità di intraprendere scelte più coraggiose per combattere i cambiamenti climatici.

Oltre che nella città scozzese sede della conferenza migliaia di giovani ambientalisti si sono riuniti in tante città del mondo: sono avvenute marce per il clima a Milano, Parigi, Londra, Dublino, Sydney, Stoccolma, Nairobi, Città del Messico e tante altre città. A Glasgow erano decine di migliaia e si sono verificati anche momenti di tensione con le forze dell’ordine. Tutti erano riuniti per chiedere “giustizia climatica” e un taglio netto con le politiche condotte fino a oggi.

COP26 Sheffield Climate March

Le manifestazioni di Fridays for Future

Il movimento Fridays for Future, guidato dalla giovane Greta Thunberg, ha organizzato una grande mobilitazione per la Cop26. Centinaia di migliaia di persone sono arrivate da tutto il mondo e hanno invaso le strade di Glasgow in occasione della Marcia per il Clima. La posizione del monvimento, come quella di Thunberg, è molto critica sugli accordi finali della Cop26: «Questa conferenza è stata una fiera del greenwashing, del mantenere lo status quo e le basi coloniali e imperialiste che permettono a una piccola parte di mondo di mantenere questo sistema insostenibile», si legge sul sito del movimento.

Punto per punto, vengono spiegati i motivi per cui quanto deciso dai leader mondiali viene ritenuto nettamente insufficiente. Viene lamentata infatti una scarsa onestà nell’analisi dei numeri, visto che - secondo un’indagine del Washington Post - molti paesi hanno sottostimato le proprie emissioni, ma «questa ingegnosa idea di nascondere i numeri sotto al tappeto non funziona con l’atmosfera».
Inoltre viene sottolineato un problema di base nella composizione dei partecipanti alla conferenza: «In un’emergenza non pensi di rivolgerti per le soluzioni a chi ha causato il disastro. Ma la delegazione più grande apparteneva proprio ai lobbisti delle compagnie di combustibili fossili».

 

 

Aggiungono che «non si è parlato praticamente dei sistemi alimentari sostenibili, una pietra miliare per ridurre le emissioni. Circa il 20% delle emissioni globali proviene dall’agricoltura e dall’uso del suolo, e questo sale a oltre il 25% per il sistema alimentare nel suo insieme, ma sembra esserci un elefante, o meglio una mucca nella stanza, che preferiamo ignorare». Si sottolinea infine che, in base alle politiche attualmente concordate e ai dati scientifici di Climate Action Tracker, a fine secolo raggiungeremmo un aumento di 2,4 °C. In sintesi, secondo Friday for Future gli accordi raggiunti non sono affatto sufficienti a uscire dall’emergenza climatica.

L’impegno di Legambiente

Anche un gruppo di attivisti di Legambiente si è recato nella città scozzese, per far valere la propria opinione. Prima dell’inizio del summit, la delegazione aveva chiesto azioni concrete per il clima, in linea con le altre associazioni. Legambiente, in corteo con uno striscione che recitava “changeclimatechange”, ha ricordato quanto la Cop26 fosse una grande occasione per invertire la rotta.

Al termine dei lavori, il parere del presidente nazionale di Legambiente, Stefano Ciafani, è chiaro: «L'Accordo di Glasgow è inadeguato a fronteggiare l'emergenza climatica soprattutto per le comunità più vulnerabili dei paesi poveri, ma si mantiene ancora vivo l'obiettivo di 1,5 °C». «Tra i punti dolenti», ha spiegato Ciafani, «c'è la questione cruciale dell'abbandono dei combustibili fossili affrontata in maniera inadeguata, anche se la loro strada è ormai segnata. E il fatto che non sia stato fatto nessun passo in avanti sulla creazione del fondo Loss and Damage Facility per aiutare i paesi poveri a fronteggiare la crisi climatica, e su cui a Glasgow è mancato un forte impegno da parte dell'Europa».

Greenpeace: “più di quanto atteso, meno di quanto sperato”

Anche Greenpeace ha combatutto durante tutta la durata dei negoziati affinché la Cop26 potesse essere ricordata come l’evento della svolta nel contrasto ai cambiamenti climatici, con manifestazioni di piazza e critiche taglienti alle prime bozze degli accordi. L’ong ambientalista ha seguito giorno per giorno i lavori, esprimendo critiche e pareri positivi. Il 4 novembre ha pubblicato con Urgewald, ReCommon e altre 18 organizzazioni il Global Oil & Gas Exit List (GOGEL), «una gigantesca banca dati sulle attività di 887 multinazionali petrolifere e del gas, che rappresentano più del 95% della produzione mondiale di idrocarburi».

 

 

Al termine della conferenza, la direttrice esecutiva di Greenpeace International, Jennifer Morgan, ha definito l’accordo «debole» che «manca di coraggio» e ha però sottolineato che «l’obiettivo di limitare il riscaldamento globale entro la soglia di 1,5°C è appeso a un filo ma è stato dato un chiaro segnale: l’era del carbone è agli sgoccioli e questo conta».

Gli accordi raggiunti sono visti come un importante passo in avanti, tuttavia non sufficienti, che rendono inevitabile «tornare al tavolo dei negoziati con obiettivi più ambiziosi» nel 2022. 

Morgan si è inoltre soffermata sull’andamento dei processi decisionali, mettendo in evidenza l’operato delle parti più coraggiose: «Tutto quello che siamo riusciti a ottenere è stato solo grazie ai giovani, ai leader indigeni, agli attivisti e ai Paesi più esposti agli impatti della crisi climatica, che hanno strappato qualche impegno concesso a malincuore. Senza di loro, questi negoziati sarebbero stati un completo fallimento».

La delusione del Wwf

Secondo il grande network di protezione ambientale, alla Cop26 i governi avrebbero dovuto lavorare principalmente su tre obiettivi: concordare obiettivi per ridurre le emissioni nel breve periodo, elaborare regole per monitorare i progressi fatti e finanziare l’azione climatica. 

Questo erano le grandi aspettative del Wwf, che ovviamente si è recato a Glasgow sperando in un cambio di passo. 

L’opinione dell’ong, alla fine dei lavori, è in linea con le altre associazioni: «alcuni progressi sono stati fatti. Ora i Paesi hanno nuove opportunità per realizzare ciò che sanno che deve essere fatto per evitare la catastrofe climatica». Sostiene la richiesta di un’accelerazione a breve termine degli impegni per il clima entro il 2022: «i paesi devono raggiungere collettivamente il 50% di riduzione di CO2 entro il 2030 e innalzare i propri impegni di conseguenza nel 2022 rispettando l’obiettivo di 1,5°C».

 

 

Il finale, anche secondo il Wwf, è «deludente», ma alcuni aspetti positivi sono stati sottolineati. Per la prima volta in un documento finale di una conferenza sul clima sono stati menzionati i sussidi ai combustibili fossili, anche se il testo finale è risultato molto debole, mentre l’ong sostiene che «i Paesi sanno che non si potrà mai risolvere la crisi climatica senza una profonda decarbonizzazione in ogni settore, azioni concrete per fermare la perdita della natura, e un restauro su larga scala». Inoltre a natura è stata posta al centro della conferenza, trattata come parte principale dei piani climatici.

In conclusione, ha dichiarato Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del WWF Italia: «Glasgow è stato un punto di partenza e non di arrivo. Dobbiamo tutti lavorare perché la crisi climatica venga affrontata, in ogni ambito, con la rapidità e l’incisività necessarie: nessuno è al sicuro e abbiamo tutti troppo da perdere, noi e il Pianeta».

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