lunedì 25 ottobre 2021
Razzismo: «Io ce l'ho fatta»
di Fabiana Silenzi
In occasione della giornata contro la discriminazione razziale, non ci sono migliori parole, se non quelle di chi ha sofferto il freddo sulla sua pelle, di chi ha avuto fame, di chi era inesistente per il resto del mondo!
20 marzo 2012

C'era una volta... si scrive nelle favole, ma la storia che segue non è una favola. È la storia di C., un giovane originario dello Sri Lanka, in Italia da sette anni. Il viaggio, per arrivare qui non è stato certo dei più comodi, quasi 11.000 Km percorsi in 15 giorni, all'interno di un gommone. Era partito da solo, lasciando nella sua terra moglie e figlio di appena un anno. Nel suo Paese aveva fatto qualsiasi tipo di lavoro, il pastore, il pescatore, il meccanico, l'elettricista, ma non riusciva così a mantenere se stesso, né la sua famiglia. Fu costretto a vendere dei terreni per pagarsi “il biglietto” di sola andata per l'Italia. Biglietto che costò molto più caro ad alcuni suoi amici che a causa delle intemperie e delle precarie condizioni di viaggio, non rividero più terra.

Una volta sbarcato in Sicilia, è stato costretto a rimanere in uno scantinato per più di un mese. «Io e miei compagni, non potevamo uscire, non avevamo documenti, rischiavamo di essere rispediti a casa» racconta, «Però non uscire per me voleva dire, non guadagnare soldi, non mangiare, non vivere. Così una mattina sono scappato, ho abbandonato la Sicilia e sono arrivato a Roma. Mi alzavo la mattina alle 7:00, dormivo in un ritrovo di fortuna, e tornavo la sera alle 22:00. Aiutavo le signore anziane a portare il carrello, ad attraversare la strada, e chiedevo elemosina qua e là. Alla fine del mese arrivavo a fare un po' di soldi, ed inviavo tutto a mia moglie». Dopo mesi di permanenza nell'ombra C., riesce a prendere il permesso di soggiorno, e inizia a lavorare in alcuni ristoranti del centro di Roma. Si arrangia come può: prima come lavapiatti, poi come aiuto-cuoco, poi come pizzaiolo insomma un tutto fare.

Nessuno voleva fargli un contratto di lavoro «Ogni volta che chiedevo tutti mi ridevano in faccia, eppure io ormai conoscevo bene la loro lingua, io volevo portare qua tutta la mia famiglia, ma volevo delle certezze». La sua avventura continua. Lavorando dalla mattina alla sera, riesce a guadagnare i primi soldi, riuscendo, dunque, a prendere in affitto una stanza e a farsi degli amici. «Non mi compravo nulla, mangiavo quello che avanzava nel ristornate dove lavoravo, due paia di pantaloni per me bastavano, uno lo mettevo, e uno lo lavavo. Dovevo mandare i soldi a casa», prosegue, «Per me era tutto difficile, molti mesi sono rimasto senza paga, altri mesi sono stato pagato solo in parte, potevano fare tutto, loro erano i padroni, e nessuno avrebbe saputo niente».Il suo più grande sogno era portare la sua famiglia a Roma, ma non aveva certezze, nessuno voleva metterlo in regola, nessuno voleva garantirgli un contratto di lavoro.
 
Dopo quattro anni di abusi, derisioni, sfruttamento, e duro lavoro, qualcuno gli diede fiducia, rispondendo al suo grido. Come va a finire? C., riesce ad avere un contratto in un ristorante come cuoco. Il suo sogno si avvera: la sua famiglia lo raggiunge. Una casa semplice, l'affetto dei suoi cari, un lavoro sicuro e retribuito tutto ciò che basta a farlo sorridere. «Io ce l'ho fatta, ma dovrebbe essere una cosa comune questa. Non meritano forse tutti una casa, e un lavoro dignitoso?». C. non è un dottore, né un famoso ingegnere, non ha lauree e ha appena la terza media. Non è iscritto a nessun partito politico, né ha amici che giocano in borsa, eppure ha qualcosa da dire, da dirci. E stavolta come nelle favole... vissero tutti felici e contenti!

20 marzo 2012
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