domenica 18 novembre 2018
Nadia Murad. Torturata e resa schiava, oggi un'icona della lotta contro le violenze sulle donne
di Donald Hyacinthe Oualy
Premiata Nobel della pace 2018, è il simbolo di una lotta che non finirà, fino a quando ci saranno ancora donne rese schiave nei campi dei terroristi islamici

Abbiamo ancora in mente il rapimento, nel 2014, di trenta ragazze e sessanta donne in Nigeria e quello dei trentasei bambini e ragaze in Syria, nel luglio 2018, da parte di gruppi islamici radicali.

 

La strategia di questi gruppi islamici è quasi sempre la stessa. Entrano in un villagdio dove ci sono persone che non condividono il loro ideale religioso, uccidono gli uomini, strappano con la forza i ragazzi per far fare loro soldati, catturano le donne e le ragazze, che usano come bestiame sessuale, perché le violano o le vendono come una merce, obbligandole a convertirsi alla loro religione. Pochissime fortunate riescono a fuggire da questo inferno, mentre altre sono uccise perché rifiutano di sottomettersi e altre si arrendono, per sopravivvere. Ogni anno ci sono centenaia di done e bambini rapiti da gruppi islamici. E con il terrorismo la violenza sessuale diventa un'arma di guerra.

 

È per denunciare questo fatto e difendere le donne vittime di abusi sessuali da parte di gruppi islamici, che Nadia Murad ha consacrato la sua vita, dopo essere scappata da un campo dell'ISis. 

Infatti la vita di Nadia Murad, premio Nobel 2018, è un miracolo fatto di sogni e di incubi ed è diventata oggi una lotta senza notte. Lei, che sognava di diventare insegnante di storia o estetista, ha visto la sua vita cambiare il giorno del 14 agosto 2014, quando il suo villaggio, Kocho, nel nord dell’Iraq, è stato invaso dalle milizie islamiche. Nadia è rapinata e venduta come schiava. E durante i tre mesi di prigionia, ha subìto ripetute violenze, torture e minacce di morte. 

 

È diventata una vera schiava sessuale, come tante altre ragazze rapinate dell'Isis. Nella sua autobiografia, la giovana ha raccontato questo inferno: «Quell’anno, era estate, io vivevo nel mio villaggio con la mia famiglia. Tutto andava bene. Poi sono arrivati gli uomini dell’Isis e tutto è finito. In poche ore hanno ucciso tutti gli uomini che sono riusciti a trovare, inclusi sei dei miei fratelli. Le donne e i bambini sono stati portati via. Ci hanno caricato tutti su un pullman e  portati a Mosul, dove avevano la loro roccaforte. Il posto dove ci tenevano era una specie di prigione. Rinchiuse con me c’erano centinaia di altre donne e bambini, anche molto piccoli, che gli uomini si scambiavano tra loro come fossero cose. Una sera, uno degli uomini è venuto da me. Mi ha picchiato e mi ha portato via, in una stanza piena di altri soldati, fino a quando non sono svenuta». 

Da questo inferno, la giovane riuscirà per fortuna a fuggire. Dopo la fuga è stata nascosta da una famiglia che l'ha aiutata a tornare a casa e poi a raggiungere un campo di profughi, per finalmente chiedere asilo in Germania, grazie a una associazione che fornisce aiuto e supporto alle vittime sopravvisute dell'Isis. Dal 2015, la sua voce si fa sentire nel mondo attraverso i canali dei media o nei gruppi, nelle associazioni e negli organismi, per denunciare gli abusi  degli islamici sulle donne. 

 

La donna venduta come schiava, usata come arma sessuale nelle guerre, la donna picchiata e vittima di violenza in tutte le parte del mondo: il premio Nobel di Nadia Murad è una consolazione per loro e un invito per un rispetto della dignità della donna. Secondo un rapporto dell'ONU, oggi una donna sotto tre nel mondo è vittima di violenza. Con il premio Nobel 2018 il mondo deve dire NO a tutte le forme di violenza sulle donne e non vale il silenzio, in questo caso, ma la denuncia.

La storia di Murad è la storia di ogni donna che soffre di violenza: una storia che deve essere raccontata e ascoltata. 

Nadia Murad è l'icona della donna che rifuta di tacere davanti alle violenze. Ma un premio non basta: è tutta l'umanità che deve impegnarsi a combattere l'abuso delle donne da parte dei terroristi.

Come lei ci ricorda, sono ancora tante le ragazze e le donne che sono schiave dei gruppi islamici. E quelle sono ancora da salvare perciò il titolo del suo libro autobiografico è un grido rivolto al mondo intero: ''L'ULTIMA RAGGAZZA'' ad essere stata schiava sessuale del terrorismo. Ecco la sua lotta! 

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