sabato 15 dicembre 2018
I giovani e la Chiesa: chi si allontana da chi?
di Roberto Carrasco Rojas
Riflessioni dopo il Sinodo: «Il problema non è tanto che i giovani lasciano la Chiesa, ma che in qualche modo la Chiesa aveva lasciato perdere loro». Intervista con il professore José Luis Moral.

La Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale dell'UPS ha organizzato il 5 novembre scorso il Seminario Religion Today 2018 sul tema: “New Generations. Credenze e valori delle giovani generazioni”. José Luis Moral de la Parte, salesiano, professore di Pastorale giovanile e pedagogia religiosa in questa università, ha parlato de “I giovani e l’umanizzazione di Dio”.

 

Dopo il Sinodo 2018, sembra che la realtà dei giovani nella Chiesa ancora non sia chiara: quale è il rapporto che la Chiesa ha con i giovani? E qual è il rapporto che i giovani hanno con la Chiesa?

«Una cosa è il documento finale di questo Sinodo, che ovviamente parla del rapporto giovani-Chiesa, Chiesa-giovani, ed un’altra cosa è la realtà che è legata fondamentalmente a una storia che unisce il tema di questo rapporto al Concilio Vaticano II.

Già ai tempi del Concilio Vaticano II c’erano grossi problemi nella comunicazione della Chiesa, non solo con i giovani, ma in genere con il mondo contemporaneo. Dopo il Concilio è stato che la Chiesa ha preso sul serio il rapporto con le nuove generazione: ha capito che doveva superare gli schemi della catechesi con i giovani. Allora si diceva, addirittura, catechesi dei giovani, non con i giovani. Incomincia dunque il superamento di questa prospettiva e nasce propriamente la pastorale giovanile, che si pone il problema dei tanti giovani che non sono stati educati né appartengono alla tradizione cristiana: troviamo giovani che non hanno nessuna religione né fede, e troviamo anche giovani che sono nell’itinerario di educazione alla fede. Con tutto ciò incominciano a nascere, per così dire, rapporti nuovi.

Purtroppo una delle cose che questo Sinodo non ha saputo o non ha voluto fare è collegarsi con la storia recente del rapporto Chiesa–giovani... Il Sinodo poi, proprio perché ha perso un poco questa memoria storica, è più incentrato sulla Chiesa che sui giovani e in qualche modo uno, leggendo il documento finale, ha l’impressione che la Chiesa dice di ascoltare i giovani o vuole ascoltarli, ma che ci sono comunque delle risposte a priori, indipendentemente da come sono realmente i giovani: l'impressione è che, se fossero in un altro modo, le risposte sarebbero le stesse».

 

Possiamo parlare di un distacco della Chiesa?

«Ma certamente. Quando si parla del distacco, o della separazione, dell’allontanamento dei giovani dalla Chiesa, la prima questione che viene immediatamente in mente è: chi si allontana da chi? E sicuramente la Chiesa ha riconosciuto che si è allontanata molto dai giovani negli ultimi tempi. Io credo che adesso il problema non è tanto che i giovani lasciano la Chiesa, ma che in qualche modo la Chiesa aveva lasciato loro».

 

Chi ha perso la fiducia, i giovani verso la Chiesa o la Chiesa verso i giovani?

«Il tema della fiducia sarebbe complicato, affrontarlo così, se indichiamo con questo termine un rapporto dove uno si guadagna l‘autorevolezza. Si può dire essenzialmente che la Chiesa, fino al Concilio Vaticano II, in qualche modo non ha avuto propriamente fiducia nel giovane, perché non c’era questo problema. La Chiesa aveva l’idea di possedere la verità e di doverla insegnare ed i ragazzi si dovevanno sottomettere alla Chiesa... Siamo arrivati o siamo dovuti arrivare al Concilio Vaticano II per renderci conto che in questo modo non si potevano creare rapporti con le persone, con il mondo contemporaneo in genere, partendo dal presupposto che io possiedo la verità, quindi voi dovete semplicemente ascoltarmi. Inoltre si è fatta strada l'idea che la verità è sempre una realtà che sta dentro una cultura, dentro una interpretazione. Allora si può dire che, in generale, la fiducia come elemento fondamentale del rapporto non esisteva».

 

C’è chi sostiene che il documento finale del Sinodo non rappresenta tutti i giovani. La Chiesa ha la possibilità di rispondere alle domande dei giovani che non vengono ad essa?

«È chiaro che il tema è molto complesso. Pretendere che un Sinodo riesca a interloquire con tutti i ragazzi, con tutti i giovani forse è troppo. Comunque c’è una via per poter interloquire, ed è quella di pensare ai giovani come espressione, per così dire, del cambiamenteo radicale, sia culturale che antropologico. Ma il Sinodo non lo ha fatto. Guardando il documento sembra che, alla fin fine, i giovani a cui si rivolge il Sinodo sono quelli che stanno in sintonia con la Chiesa e non che essa non ha voluto entrare in dialogo con tante problematiche che i giovani presentano e che non sono, magari, solo esclusivi. Ma che ci fanno capire che il cambio di paradigma, il cambio epocale, si può già vedere nei ragazzi. Il loro scheletro ha già, per così dire, tutte le novità che le generazioni adulte non vogliono accettare. In qualche modo presentano il volto del nuovo essere umano che tutti, la Chiesa inclusa fatichiamo a riconoscere, perché vogliamo la "sicurezza" dell’uomo, garantendoci la continuità. Io dico che per i ragazzi il Sinodo avrebbe potuto fare questo: pensare ai ragazzi, a tutti ragazzi come espresione di un cambiamento radicale, culturale ed antropologico e quindi confrontarsi con la nuova antropologia, con la nuova cultura. Perchè ripeto alla fin fine, io credo che sono i ragazzi ad anticipare ciò che possiamo chiamare il "nuovo essere umano", il nuovo modo di vivere, e di essere ed allo stesso tempo, la nuova cultura».

 

Dunque la Chiesa non è riuscita a raggiungere l'obiettivo. È possibile pensare che  sarà disposta a cambiare la propria struttura per capire non solo una realtà che non solo dei giovani? Lei se lo aspetta?

«L'ultima parola del Sinodo spetta al Papa. Possiamo aspetare ancora che lui dica o vada oltre quello che dice il documento finale. Comunque penso che questo Papa ha chiaro che l’unico modo per arrivare veramente a fare che la Chiesa abbia una voce, un’imagine propria del tempo è prendere sul serio, prima il Concilio Vaticano II, radicalizarlo nel senso di portarlo avanti nelle radice più importante. E questo implica cambiamento radicale. Il Papa ha detto, nella Evangelii Gaudium e non solo, che questo nuovo tempo di missione comporta essenzialmente la riforma della Chiesa...  Bisogna accettare che in qualche modo le persone d’oggi nascono con una cultura che non è più quella della Chiesa, e con cui la Chiesa deve confrontarsi... La Chiesa deve avere la "forma", di questa cultura contemporanea, deve entrare nella carne del tempo nostro, e non semplicemente aggrapparsi a idee astratte. Ma diventare una Chiesa del tempo, implica tante riforme. La prima questione fondamentale è eliminare il clericalismo, il che implica cambiare lo stile delle comunità cristiane, implica aprire tutta la realtà del presbiterato tanto a persone célibi come a persone non célibi (perciò adottando il celibato opzionale). Implica ammettere che anche la donna, in un futuro orizzonte, possa essere anche presbitero e così via dicendo. Arrivando poi ovviamente a un futuro desiderable... una Chiesa che veramente sia la profezia del regno, e che abbia come scopo fondamentale preoccuparsi del Regno e non tanto delle strutture della propria realtà ecclesiale.

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