mercoledì 23 agosto 2017
L'Europa svolta a destra. La sinistra è in crisi?
di Giorgio Marota
Estremismi e populismi dilagano nel vecchio continente, mentre i socialisti perdono consensi e voti ovunque. Il fenomeno e il contesto politico attuale

C’è stato un tempo in cui si poteva viaggiare da nord a sud in Europa senza passare mai per un Paese governato dalla destra. Erano gli anni ’90, quelli della cosiddetta “terza via” percorsa da leader come Clinton negli Stati Uniti, Blair in Gran Bretagna, Schroeder in Germania e Prodi in Italia. La sinistra cercò una svolta e la trovò correggendo gli eccessi statalisti del passato, conciliando merito e bisogno, sicurezza e democrazia, welfare e capitalismo. Tutto ciò costò non poche critiche ad un socialismo che secondo molti fu sempre meno fedele al suo progetto iniziale, ma questa sinistra centrista ed europeista governava o guidava coalizioni al governo in 13 degli allora 15 Paesi dell’Unione Europea. Oggi il panorama politico è molto diverso e il 2017 rischia di chiudersi con la sinistra in minoranza in quasi tutti i 28 Paesi UE.

La tendenza in atto vede l’Europa prendere un’altra via: la svolta a destra o, in più di un caso, verso l’estrema destra. La Francia, con Marine Le Pen del Front National (partito di estrema destra euroscettico), è ad un ballottaggio per la presidenza in cui per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica mancano i socialisti (centro sinistra) e i repubblicani (centro-destra). Anche se dovesse perdere contro il più quotato Macron (candidato indipendente, vicino all’area di sinistra), la Le Pen avrebbe raggiunto un risultato senza precedenti. In tutta Europa sono tornate prepotenti le forze nazionaliste e crescono giorno dopo i giorno quei populismi che fomentano discriminazioni, xenofobie e paure. In Polonia, il partito di estrema destra Diritto e Giustizia è al governo; in Ungheria, Orban (il premier dei muri contro gli immigrati) è persino un moderato rispetto ai neo-nazisti di Jobbik, formazione diventata la terza forza politica del Paese. In Gran Bretagna, la Brexit ha rafforzato il consenso dei conservatori (anche se in grande maggioranza proprio loro non la volevano): il partito della premier May, secondo i sondaggi, è al 43% , contro il 25% dei laburisti e a giugno si voterà di nuovo.

In Germania è il centro destra a dominare dal 2005, anno in cui Angela Merkel è divenuta cancelliera. Il suo avversario alle prossime politiche (24 settembre 2017) sarà Martin Schulz, socialdemocratico ex presidente del Parlamento europeo, mentre sul terzo fronte sta aumentando i consensi l’AFD, il principale partito tedesco di destra radicale, che sta puntando molto sulle scelte impopolari che la Germania ha fatto accogliendo circa 1 milione di siriani nel corso del 2015. È un fatto molto rilevante, perché sarebbe la prima volta che un partito di estrema destra entra in parlamento dalla fine della Seconda guerra mondiale. E stando ai sondaggi ci entrerà con prepotenza. Le cose non vanno meglio in Olanda, dove Mark Rutte (Vvd, liberal democratico) ha vinto delle elezioni politiche di un soffio su Geerd Wilders, leader del Pvv, un partito di estrema destra islamofobo, populista e anti-Ue. Rutte, considerato il salvatore della democrazia dalla stampa internazionale, per fare un esempio, ha spiegato agli immigrati che sono i benvenuti solo se condividono i valori olandesi oppure è meglio che se ne vadano. Piaccia o no, sono i temi identitari che dominano.

In Austria ha vinto Van der Bellen dei verdi, battendo al ballottaggio Norbert Hofer, rappresentante del partito di destra FPO, nazionalista e populista. I popolari e i socialdemocratici sono stati eliminati al primo turno. In Turchia c’è un uomo solo al comando, Recep Tayyip Erdogan, soprattutto dopo che ha sventato un colpo di Stato (con tanto di purghe) e ha portato il Paese verso una repubblica presidenziale che per forme e contenuti somiglia molto ad una dittatura legalizzata. Erdogan e il suo Akp sono i conservatori turchi, la destra del Paese. Italia e Spagna (con Movimento 5 Stelle, Podemos e Ciudadanos) sono invece due casi in cui il pluralismo politico è talmente evidente da creare vere e proprie paralisi politiche. Noi abbiamo un governo di larghe intese dal 2013, in cui centro destra e centro sinistra hanno fatto alleanze; la Spagna non ha avuto un governo per 316 giorni, prima di concedere al popolare Rajoy la possibilità di formane uno con il passo indietro dei socialisti. Nel Paese iberico mancano movimenti xenofobi e partiti nazionalisti, in Italia invece ci sono i neofascisti di Casa Pound e Forza Nuova, ma sono ancora lontani dall’avere un importante peso politico e solo la Lega Nord (meno estremista, ma comunque nazionalista) sale nei sondaggi.

Tutti gli estremismi europei forniscono, in modo sempre parziale e con argomenti deboli, delle risposte a tante problematiche, trovando sempre un capro espiatorio: colpa del diverso, dello straniero che ruba il lavoro, dell’Europa che fa figli e figliastri e crea servi e padroni, dei mercati che uccidono l’economia. Per questo motivo, anche quando non vince le elezioni, l’estrema destra conquista seggi nei parlamenti e va al ballottaggio. Il sistema non è stato in grado di dare delle risposte ai bisogni di un popolo stanco, arrabbiato e sempre più impoverito economicamente e culturalmente. La sinistra, quella che ha governato l’Europa per anni, ha di certo le sue responsabilità in tutto questo. Molti analisti, tra cui Paolo Valentino del Corriere della Sera, sostengono come abbia sprecato la sua opportunità facendo promesse che poi non ha potuto mantenere: non ha impedito l’aumento della disparità sociale, ha sottovalutato l’impatto dell’immigrazione sulle classi popolari che si sentono vittime incomprese, non ha saputo porre freno alla disoccupazione, al disagio giovanile, alla crisi monetaria globale. Per il suo futuro, la sinistra dovrà riflettere su tutto questo e capire da dove ripartire per costruire un’alternativa credibile alla destra più estrema. Altrimenti la svolta estremista dell’Europa potrebbe diventare un cambio di rotta definitivo.

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