lunedì 23 ottobre 2017
Colombia. Una pace imperfetta è meglio di una guerra perfetta
di Jeison Andrey Salguero Roa
I recenti accordi di pace sono stati una svolta fondamentale, ma il vero lavoro - costruire giustizia sociale - comincia adesso. Intervista con Mons. Luis Augusto Castro

La Colombia - dopo a 50 anni di guerra, morte e conflitto interno tra il governo e le Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) - si avvicina la luce della pace, grazie al processo di negoziazione che si è svolto a Cuba. Per caprie meglio il processo di pacificazione, abbiamo intervistato monsignor Luis Augusto Castro, Presidente della conferenza episcopale colombiana. La massima autorità della Chiesa cattolica di Colombia, Monsignor Castro, è un uomo che ha dedicato gran parte della sua vita alla ricerca della pace. Con la certezza che l’uscita dal conflitto deve essere negoziata.  

Il 24 di novembre del 2016 è stato firmato l’accordo di pace tra il governo e i guerriglieri delle Farc. Come ha ricevuto la notizia?

«Con molta gioia, però soprattutto con grande speranza. Perché l’importante non è che si finisca la guerra, che è il motivo per cui si lavora all’Avana. È decisivo quello che viene dopo, il dopo-conflitt costruire una Colombia nuova che modifichi gli errori che hanno originato il conflitto».  

Come definire l’accordo con le Farc?

«L’ONU ci ha invitato a tenere presenti diversi termini: “fare le paci”, fermare la guerra e costruire la pace. E molta gente pensa che quello che si è fatto all’Avana era costruire la pace, ma non è così. Quello che si è fatto lì è stato fermare la guerra, e adesso possiamo iniziare a costruire la pace. È come quando un contadino deve seminare di nuov per prima cosa deve dissodare la terra per prepararla e così poi si può seminare. È quello che ci aspetta adesso».  

Con l’accordo di pace possiamo dire che è finita la guerra?

«No, la pace inizia con la ricostruzione del Paese e la ricostruzione avverrà nel dopo-conflitto. Ci siamo concentrati sulla prima parte, che è fermare la guerra, e così non pensiamo alla seconda, che è la più importante: costruire questa nazione. Su questo ci dobbiamo impegnare tutti. Ci prenderà 10 o 15 anni, però sarà una fase di grande crescita».  

Nell’accordo sono state definite alcune zone in cui verranno raccolti i guerriglieri. C’è paura, nei campi dove staranno i guerriglieri?

«Quelli saranno luoghi ben protetti, in diversi modi. Ci saranno lì le Nazione Unite e diverse organizzazioni, che garantiranno la sicurezza per chi sta dentro e per chi sta fuori. Non è il caso di aver paura. È una cosa transitoria, non durerà anni (saranno 180 giorni). È un periodo transitorio per facilitare la consegna delle armi e la reintegrazione nella vita civile dei guerriglieri».  

Un’altra paura diffusa è che i guerriglieri prendano di nuovo le armi e migrino in altri gruppi armati.  

«Le Farc hanno una organizzazione gerarchica ben definita, con i capi definiti, che stano facendo pedagogia perché i guerriglieri capiscano il compromesso che stano assumendo. E se qualcuno dei guerriglieri passa ad un altro gruppo armato, come per esempio le “Bacrim”, non sarà più un ex-guerrigliero, ma un delinquente e basta, e dovrà pagare come un delinquente».

Gli oppositori del processo di pace criticano e dicono che ci sarà la pace pero grazie all’impunità. Come risponderli?

«È una delle accuse più false che si possano fare al processo. Il processo giuridico è stato lodato a livello internazionale, perché dà a ogni guerrigliero la possibilità di dire la verità. Dire la verità può portare a ottenere benefici, però comporta anche conseguenze. E ci sarà il processo giudiziario. Chi non dirà la verità o mentirà, sentirà il peso della legge.  Naturalmente quelli che hanno commesso crimini atroci, non avranno l’amnistia. Quindi, dov’è l’impunità? Ci sarà un tribunale di giustizia con giudici di alto livello e garantirà che non ci sia impunità».  

E quali sono le sfide del post-conflitto?

«Perché la pace sia sostenibile si deve comprendere che c’è bisogno di una politica includente, che dia a tutti la possibilità di parlare e partecipare.  La Colombia non ha una economia solidale: c’è un’economia che dà benefici soltanto a pochi. Costruire una economia solidale è una delle sfide più importanti per costruire una Colombia nuova, che deve pensare a più del 52 per cento del territorio, abbandonato negli anni di guerra».  

Quali sono le sfide sul piano sociale?

«Il senso della fine del conflitt è che la giustizia sociale arrivi per tutti, che non ci siano colombiani di seconda e terza categoria, anzi che tutti abbiano l’opportunità di crescere in libertà, di formarsi e di vivere sanamente».    

Qual è il ruolo della Chiesa nel post-conflitto?

«Si deve lavorare in termini di riconciliazione, perdono, tolleranza. Se continuiamo nella logica dell’occhio per occhio e dente per dente, torneremo alla guerra. Si deve accettare chi è differente, diverso. L’orizzonte è buio quando la testa è ben educata ma non si coltiva il cuore, non si insegna a vivere, a perdonare, a compartire, e questo è importante per costruire una nazione nuova. Questo mi sembra deve essere il lavoro della chiesa: lavorare nel campo dell’educazione».  

Come fronteggiare le difficoltà che sorgeranno?

«La pace si sta gestendo. Potrebbe andare meglio, senza dubbio. Non sarà una pace perfetta, però è sicuramente meglio di una guerra perfetta».

8 maggio 2017
AREA-
Facevo giornalismo d'inchiesta, ho dovuto scappare. Ma ne valeva la pena
di Gideon Ombaba OMBWORI
Intervista con John Mwangi, arrestato e minacciato per le sue inchieste sul traffico di armi e di droga in Kenya ed ora rifugiato in Italia
28 mag 2017
La Chiesa combatte gli abusi anche con la formazione
di Koffi Xolali Dadale
Contro gli abusi sui minori esistono direttive, commissioni, tribunali, progetti di Ong. Ma per prevenirli serve formazione. Intervista con Don Giulio Nordjoe, della diocesi di Atakpamé, in Togo
19 mag 2017
Chi ha detto che il Latino è una lingua morta?
di Donald Hyacinthe OUALY
Ancora oggi ci mette in contatto con chi ha cercato, prima di noi, risposte ai problemi della vita. Intervista con Miran Sajovic
15 mag 2017
L'Europa svolta a destra. La sinistra è in crisi?
di Giorgio Marota
Estremismi e populismi dilagano nel vecchio continente, mentre i socialisti perdono consensi e voti ovunque. Il fenomeno e il contesto politico attuale
3 mag 2017
Rap Game: che senso ha la polemica tra Marracash, Guè e Fedez
di Alessio Tiglio
Nel mondo del Rap è abitudine parlar chiaro. Dietro i toni alti della polemica c'è un rimprovero a Fedez e J-Ax: hanno il successo, ma non hanno contribuito a far evolvere il genere
24 gen 2017