giovedì 23 settembre 2021
Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è davvero green?
di Paolo Rosi
Legambiente propone delle modifiche. Greenpeace e Fridays for Future protestano. Il Wwf chiede una revisione. Il bilancio del lato “ecosostenibile” del Pnrr
25 maggio 2021

È stato reso pubblico lo scorso 23 aprile il testo del Pnrr, il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, un piano di investimenti che ammonta in tutto a 221,1 miliardi di euro, di cui 191,5 finanziati attraverso il Dispositivo per la ripresa e la resilienza, strumento chiave del programma Next Generation EU, e 30,6 da un fondo complementare, finanziato attraverso lo scostamento pluriennale di bilancio. Il piano, al momento, è in attesa della valutazione della Commissione europea, che ha un tempo di due mesi.

Secondo le linee guida di Bruxelles, il 40% delle risorse dovrebbe essere destinato alla rivoluzione verde e alla transizione ecologica, voci a cui è stata prestata un’attenzione particolare nel programma Next Generation EU. Eppure diverse organizzazioni che si occupano da sempre della tutela dell’ambiente non sono apparse affatto soddisfatte.

La valutazione di Legambiente

Il 30 aprile Legambiente ha ufficialmente comunicato che il Pnrr non è «pienamente coerente con le politiche europee ispirate al Green Deal e alla transizione ecologica e non è adeguato alle sfide ambiziose che la salute del Pianeta ci impone». L’associazione ambientalista italiana sottolinea che sono presenti nel piano alcune proposte apprezzabili – come «lo sviluppo dell’agrivoltaico, la realizzazione di comunità energetiche nei piccoli comuni, una spinta alla produzione di biometano, i progetti di riforestazione urbana e periurbana, il finanziamento alla bonifica dei siti orfani» – ma anche alcuni segnali di incongruenza con le direttive sono evidenti.

La lotta alla crisi climatica, infatti, dovrebbe avere nel programma una centralità, che invece non ha avuto. Dal testo del Pnrr emerge che alla questione ambientale non è stata data una posizione prioritaria. «Su questo tema cruciale», prosegue Legambiente «si utilizza un approccio timido e incomprensibile». Per esempio, si continua a puntare su gas fossile e su progetti di confinamento geologico dell’anidride carbonica, piuttosto che investire sulle rinnovabili. La stessa associazione ha redatto un documento esaustivo di analisi e controproposte necessarie per una vera transizione ecologica.

Le proteste simboliche di Greenpeace

Per motivi simili si sono scatenate le proteste di Greenpeace. Il 29 aprile alcuni attivisti di Greenpeace si sono resi protagonisti di un blitz nei diversi ministeri a Roma. Hanno sostituito i nomi ufficiali dei ministeri con nomi simbolici e polemici: il ministero della Transizione ecologica è diventato “ministero della Finzione ecologica”, il ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti si è trasformato in “ministero dei Treni persi e dell’Immobilità elettrica, il ministero delle Politiche agricoli e forestali è stato cambiato in “Ministero per gli Allevamenti Intensivi ed Altre Attività Inquinanti” e il ministero dello Sviluppo economico è diventato “Ministero dello Sviluppo che Distrugge il Pianeta”. 

 

 

In un comunicato vengono spiegate meglio le ragioni di questi gesti: il Pnrr «non indica chiare priorità per lo sviluppo delle rinnovabili, lascia poco più che briciole alla mobilità urbana e sostenibile e alla protezione della biodiversità. Dimentica, inoltre, le necessarie misure per la promozione dell’agroecologia e la riconversione degli allevamenti intensivi e declassa l’economia circolare a una mera questione di gestione dei rifiuti. Il PNRR, infine, apre di fatto la porta all’idrogeno blu di ENI (prodotto da gas e usando il Carbon Capture and Storage)». 

Proprio in relazione a quest’ultima nota si è scatenata un’altra iconica protesta degli attivisti di Greenpeace. L’11 maggio, alcuni di loro si sono recati davanti al palazzo di Eni, sulla riproduzione galleggiante di un iceberg in scioglimento (all’interno del laghetto dell’Eur), per denunciare come l’azienda «punti sul greenwashing per continuare a estrarre e bruciare impunemente gas fossile e petrolio». «Lo confermano gli stessi investimenti programmati dall’azienda, che per il 65% verteranno sui combustibili fossili. Il 20% del capitale andrà in investimenti che per l’azienda sono ‘green’, ma che includono, oltre le rinnovabili, anche attività dannose per il clima, come bioraffinerie e settore retail gas & power», segnala Alessandro Giannì, direttore delle Campagne di Greenpeace Italia, che conclude «A energie pulite come solare ed eolico Eni destina dunque solo le briciole».

 

 

La delusione di Fridays for Future 

Sulla stessa lunghezza d’onda si pongono anche i ragazzi di Fridays for Future, che sono scesi in piazza per protestare a Bologna e a Roma il 30 aprile scorso. «Nell’attuale documento, infatti, l’obiettivo di generazione di energia da fonti rinnovabili è fermo al 30% entro il 2030, ancora in linea con il precedente Piano energia e clima», si legge sul sito, «mentre gli investimenti restano ridotti, limitati all’agro-voltaico e all’eolico off-shore. In totale, la proposta di aumento della potenza di generazione di energia da rinnovabili si ferma a 4.2 GW in 5 anni, mentre per decarbonizzare più velocemente necessiteremmo di 6 GW annui». 

La richiesta del Wwf

Il Wwf, insieme ad altre organizzazioni ambientaliste e a rappresentanti della ricerca scientifica, sostiene che la centralità della natura, in termini di biodiversità ed ecosistemi, nell’attuale testo del Pnrr, sia assente. Per questo, chiede che il piano sia rivisto secondo le indicazione dell’Ue, nell’ottica del New Green Deal: «L’attuale PNRR non risponde alle linee guida europee per quanto riguarda la protezione e il restauro della biodiversità e degli ecosistemi terrestri e marini del nostro paese, ovvero il capitale naturale indispensabile per la nostra sopravvivenza e il nostro benessere». Anche in questo caso è stata rilasciata una dichiarazione ufficiale

 

Il documento del Pnrr, in sintesi, fa un largo uso di termini come “sostenibile” e “verde”,  e del suffisso “eco-”. Tuttavia quel cambio di direzione tanto richiesto da chi ha a cuore la tutela dell’ambiente non sembra possa essere riscontrato in questa versione del documento. L’approccio che si evince dal piano è, al contrario, piuttosto debole in materia ambientale, le cui esigenze sembrano essere state scavalcate dai progetti legati a infrastrutture, riforme fiscali e digitalizzazione.

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