giovedì 23 settembre 2021
Franco Silvi/ANSA
In Italia, sempre meno risorse dedicate ai giovani e non coordinate tra loro
di Marc-Auguste Kambiré
Declino della competitività, questione giovanile e lavoro delle donne sono i principali motivi per cui l'Italia è agli ultimi posti per tassi di occupazione
2 giugno 2021

Intervista con il Professor Luciano Monti, Docente di Politiche dell’Unione Europea Università Luiss Guido Carli e condirettore scientifico della Fondazione Bruno Visentini. Luciano Monti è uno dei due coordinatori nazionali del Goal 8 dell'Agenda 2030, “Lavoro dignitoso e crescita economica”.

Come esperto dell’Agenda 2030, pensa che la popolazione italiana abbia sufficiente conoscenza di questo Programma dell'ONU? Quali azioni state portando avanti, insieme ad altre strutture che lavorano nello stesso campo, per facilitare questa conoscenza tra la popolazione?

«Dal 2016 ad oggi, grazie soprattutto all’attività svolta da ASviS (Alleanza Italiana per lo sviluppo sostenibile), il grado di conoscenza non solo degli obiettivi che l'agenda 2030 si prefigge, ma anche dell’importanza di legare ogni azione, da quella del comune cittadino a quella dell’imprenditore e dell’amministratore pubblico a target misurabili e trasparenti, è molto cresciuta. Crescente è stato l’impegno nelle scuole, per le quali ASviS mette a disposizione appositi moduli didattici. Dal canto suo la stessa Fondazione Visentini, grazie ad un contributo di Erasmus+, ha realizzato nel biennio 2018-2019 un tour itinerante presso le scuole di numerose regioni italiane, per insegnare agli studenti come determinare i target rilevanti per il loro territorio e poi discuterne con gli amministratori locali. Iniziativa quest’ultima che ha direttamente coinvolto 10.000 studenti delle ultime classi delle scuole superiori, licei, tecnici e professionali».

Quali sono gli indicatori individuati dalla Fondazione Bruno Visentini per il monitoraggio dell’Agenda 2030, in particolare per quanto riguarda l’obiettivo 8 sul lavoro dignitoso e la crescita economica?

«La Fondazione Visentini è tra gli enti che hanno fondato ASviS. Oggi l’alleanza conta circa 270 soci. Io, personalmente sono uno dei due coordinatori nazionali del Goal 8, “Lavoro dignitoso e crescita economica”, che si prefigge di incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva ed un lavoro dignitoso per tutti. Nello specifico, l’attenzione maggiore è stata data, sin dall’inizio, al target 8.6 che prevede una sostanziale riduzione dei NEET, cioè dei giovani che non studiano, non lavorano e non svolgono attività formativa, prevista dall’Agenda per lo sviluppo sostenibile già dal 2020 e il Target 8.b, che invita i Paesi membri a promuovere un patto per l’occupazione giovanile. Poiché questi due target non sono stati raggiunti dai governi che si sono avvicendati dal 2017 ad oggi, questi sono tuttora i temi portanti al centro non solo del consueto rapporto annuale di ASviS (vedi Rapporto ASviS 2020) ma anche della Fondazione Visentini (vedi Rapporto sul divario generazionale 2019).

Professor Luciano Monti, coordinatore nazionale del Goal 8 “Lavoro dignitoso e crescita economica”. Il professor Luciano Monti è uno dei due coordinatori nazionali del Goal 8 “Lavoro dignitoso e crescita economica”.

Dopo cinque anni dal lancio dell’Agenda 2030, quale valutazione si può fare dell’obiettivo 8, in cui la Fondazione Bruno Visentini e ASviS sono impegnate?

«Per una risposta articolata rimando al menzionato rapporto ASviS, disponibile on line. Nello specifico, relativamente ai due target dedicati ai giovani, posso segnalare come il giudizio sia negativo, sia relativamente alla legge di bilancio 2021 (sempre meno risorse espressamente dedicate ai giovani e sempre non coordinate tra loro), che al Piano nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR). Su quest’ultimo in particolare, la Fondazione Visentini, assieme al Consiglio nazionale Giovani (CNG-organo consultivo della presidenza del Consiglio dei ministri) ha contribuito al dibattito sia alla Camera che al Senato per dare attuazione al regolamento europeo (241/2021) che nell’introdurre il Dispositivo di Ripresa e Resilienza (il cd. Recovery plan) prevedeva un pilastro apposito per i giovani. Come noto, il governo Conte II prima e il governo Draghi dopo hanno fatto scelte differenti, “relegando” la questione giovanile tra le priorità orizzontali, senza riferimenti precisi agli investimenti del piano».

Secondo i dati Eurostat 2020, l’Italia è al penultimo posto tra i paesi dell’UE in termini di tassi di occupazione, con il 58,1%. Come interpreta questa classifica? Quali sono, secondo Lei, i passi da fare per migliorare questa classifica?

«Il basso tasso di occupazione italiano va legato a tre fattori: il primo è l’inesorabile declino della competitività del sistema Paese Italia che i dati Eurostat fotografano a partire dal nuovo millennio. Il secondo è la questione giovanile (troppi NEET e persistente scollamento tra il mondo della scuola e quello del lavoro); il terzo è quello femminile. Su questi due ultimi temi (tasso di laureati occupati e pari opportunità) l’Italia posiziona tre regioni negli ultimi tre posti della graduatoria europea».

Come prevede la ripresa economica dopo il Covid-19?

«La duplice transizione ecologica e digitale, sposata appieno dal PNRR Italiano e, si auspica, anche dalle nuove strategie di specializzazione intelligenti regionali (S3) in fase di riprogrammazione per il 2021-2027, dovrebbe rappresentare una formidabile opportunità per il nostro Paese, e dunque la possibilità di essere tra i principali Paesi a guidare una ripresa resiliente, in grado cioè di proteggerci da future possibili crisi.

Il tema vero non è dunque se ci sarà una ripresa ma chi saranno coloro che ne beneficeranno. Sono certo che sui giovani di oggi e sulla futura generazione graveranno gli oneri di questo formidabile sforo (la gran parte del Recovery plan italiano è finanziato a debito e questo debito sarà interamente rimborsato solo nel 2058). Non sono altrettanto sicuro che saranno i giovani ad esserne i principali beneficiari».

Al di là dell’Italia, quali sono i Paesi dove c’è ancora molto da fare per raggiungere l’obiettivo 8?

«Purtroppo, condividiamo questa difficoltà con gli altri Paesi del Mediterraneo, Spagna e Grecia, dove si registrano alti tassi di disoccupazione, disoccupazione giovanile e NEET. In questo senso è un vero peccato che la risposta dell’Unione europea alla crisi occupazionale si sia limitata al solo programma Sure, che rappresenta un prestito ai Paesi membri, per sostenere gli straordinari sforzi per mantenere l’attuale Cassa Integrazione Guadagni. Sul tavolo rimane tuttavia l’opzione di una vera e propria indennità di disoccupazione europea, di cui io sono stato e rimango un convinto sostenitore per dare attuazione al Pilastro Sociale europeo».

Mancano nove anni per raggiungere il 2030, l’anno di riferimento dell’Agenda dell’ONU. Ci sono indicatori che danno motivo di credere che almeno la metà di questi obiettivi sarà raggiunta?

«Difficile rispondere a questa domanda quando ancora non sono chiari gli effetti sull’economia, sulla società e sull’ambiente della pandemia. La cosa certa è che proprio in un momento come questo non si deve allentare la tensione per il raggiungimento dei target prefissati. La crisi pandemica non deve essere un alibi ma, al contrario, un incentivo a mantenere fissa la meta».

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