giovedì 23 settembre 2021
La neve, risorsa o pericolo?
di Vittorio Sammarco
In paese con tante montagne e corsi d'acqua, la neve, che alimenta turismo, paesaggi, laghi e fiumi, da elemento di benessere sembra essere passato a insidia per le città e la vita quotidiana. Perché? Intervista con Massimo Pecci, glaciologo, autore del libro "Dalla parte della neve".
10 febbraio 2012
Neve, neve e ancora neve. In questi giorni si è molto discusso sulla prevedibilità del fenomeno eccezionale. Ne abbiamo parlato con un esperto, Massimo Pecci, geologo, titolare di qualifiche del tipo "Osservatore Nivologico",  "Operatore al distacco artificiale delle valanghe", "Esperto di pianificazione territoriale e valanghe", e che è stato per tre anni Docente incaricato per il corso universitario di Glaciologia, all’Università degli Studi “Roma Tre”. Fino a quando qualcuno ha deciso che della “cultura della neve”, nelle nostre università, si poteva fare a meno…   

Dottor Pecci, fino a che punto le polemiche di questi giorni hanno fondamento, ossia la prevedibilità dei fenomeni nevosi è sufficientemente fondata dal punto di vista scientifico?
«La precipitazione della neve è legata a molteplici fattori, tra cui la temperatura, la disponibilità d'acqua sotto forma di vapore e le condizioni atmosferiche (vento e pressione atmosferica in particolare) sono i principali. Si tratta di un fenomeno complesso che non è semplicemente legato alla presenza di nubi e ad una temperatura inferiore allo zero. Se, infatti, alla scala sinottica (che può comprendere una porzione di territorio anche per alcune migliaia di km) è abbastanza affidabile una previsione del tempo nei 2-3 giorni precedenti, grazie soprattutto alla disponibilità delle immagini satellitari e dei tanti sensori a terra, alla scala locale è sempre molto difficile fare una previsione esatta dei tempi di evoluzione dei fenomeni e dei quantitativi in gioco. Questo perché i modelli che elaborano una gran mole di dati per fornire una previsione (soprattutto in termini di temperatura e quantitativi di precipitazione), necessariamente, lavorano su una "maglia" che può variare da pochi ad alcune decine di km e "schematizzano" le condizioni in una maniera semplice che non corrisponde alla complessità dei fenomeni naturali; oltre a ciò, quanto più si "anticipa" la previsione, tanto più si aumenta l'incertezza sul tipo, sull'intensità e sulla localizzazione dei fenomeni». 

Siamo un paese con una grande percentuale di montagne, ma qual è la reale cultura e la conoscenza della neve?

«Un tempo la cultura della neve era radicata e faceva parte dell'organizzazione di pochi, limitati ed indispensabili attività che dovevano fornire beni primari e che erano legate principalmte all'agricoltura, all'allevamento e alla cura dei boschi: c'era un rapporto di mutua interdipendenza, "alla pari". Oggi ho la sensazione che, nella maggioranza dei casi, la montagna innevata sia, purtroppo, fondamentalmente considerata come un oggetto (come tanti altri) da consumare e da piegare alle esigenze dell'economia e del turism è saltato il rapporto interdipendente e con esso la sensibilità e la saggezza (la cultura) del capire quando si possono o non si possono fare alcune cose».

Il fenomeno di questi giorni è così eccezionale rispetto agli anni passati? È dovuto ai cambiamenti climatici?
«Se parliamo della neve a Roma, sicuramente siamo di fronte ad un evento (che sta continuando anche ora e che tra venerdì e sabato mostrerà un altro picco) con un tempo di ritorno venti-trentennale; il contributo dei cambiamenti climatici lo riscontriamo nella maggiore energia messa in gioco e, quindi, nella violenza o concentrazione (nel tempo e nello spazio) dei fenomeni; alcuni anche non registrati precedentemente come i temporali di neve o il blizzard (tempeste di vento temporalesche di forte intensità e tipiche della alte latitudini) previsto per i prossimi giorni nelle Marche e in Romagna».

Lei ha scritto un libro sulla storia di un fiocco di neve ("Dalla parte della neve. La mia storia di fiocco di neve al centro dell'Italia", Altrimedia edizioni, www.altrimediaedizioni.it ), associando l'aspetto narrativo letterario a quello scientifici. Ma se dovesse insistere su uno dei due aspetti per far amare la neve quale dei due preferirebbe?
«Quello che mi facesse ritornare per qualche ora bambino, per farmi godere di uno spettacolo della natura senza doverne scontare gli effetti negativi. Però bisogna essere anche onesti: la neve porta notevoli disagi, qualche volta anche effetti collaterali drammatici e luttuosi, ma ha il pregio di obbligarci a ritornare, oltre che bambini e questo è il suo aspetto magico,anche ad un rapporto più sano, diretto ed onesto con la natura, riconoscendo i nostri limiti e costringendoci ad una pausa "provvidenziale».

Per il futuro (anche non brevissimo) cosa può prevedere?  
«Non avendo il dono dei veggenti, mi limiterei alla speranza, più che alla previsione: che tutti noi ci rendiamo conto dell'importanza di "ricucire" il nostro rapporto, personale e di società, con la natura e in particolare con la neve, nostra silenziosa, ma efficace, alleata e benefattrice da sempre...»
10 febbraio 2012
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