giovedì 20 febbraio 2020
Riserva naturale della Marcigliana: per entrarci ci vuole coraggio
di Mimosa Mariotti
Nel grande parco della capitale, i paesaggi mozzafiato e l'aria di campagna nascondono degrado, strade a pezzi e le rovine di un ex manicomio diventate punto di riferimento perfino per i satanisti
Roma, 02/05/2013   Percorrendo una ripida discesa tra curve e dossi, mi ritrovo di fronte ad una rotonda invasa da erbacce e sterpi che ostruiscono la visuale. Le automobili sfrecciano indisturbate e attraversano l'incrocio come nulla fosse. Immensi cipressi creano giochi di luce sull'asfalto, in questa fresca giornata di maggio. Un'insegna in legno indica, a destra, l'entrata in un'area protetta.
Appare così, ai miei occhi, il Parco naturale della Marcigliana. Ampie distese d'erba e maestosi alberi sono i protagonisti di questa riserva, estesa su oltre 4.000 ettari di terreno. Il parco, istituito nel 1997, si estende su una serie di alture delimitate ad ovest dal corso del Tevere, a sud dal fosso della Bufalotta e a nord dal Rio del Casale.

Questa regione era chiamata dagli antichi romani “Latium Vetus” per la presenza di numerose città abitate da popoli Latini. Nel territorio del parco si trovava infatti la città di Crustumerium, il cui insediamento più antico risale all’Età del Bronzo. Basse colline arrotondate ospitano coltivazioni e pecore al pascolo, mentre le valli sono ricoperte da vegetazione a macchia: si tratta dei residui di boschi di querce spesso accompagnati da aceri, olmi e cipressi. Situate qua e là lungo la strada, ci sono villette con meravigliosi giardini. Sembra che in questa riserva non sia difficile incontrare animali selvatici, ma camminando mi accorgo solo di un anziano signore che raccoglie indisturbato la cicoria tra l'erba incolta.

Sono venuta a visitare questo parco con l'idea di raccontare la bellezza delle zone rurali, ma nel mio viaggio ho scoperto che, dietro l'atmosfera paradisiaca, si nasconde ben altro. La strada principale che attraversa il parco, il cui asfalto è ormai un vago ricordo del passato, è via della Marcigliana. La sensazione che si ha percorrendola in auto è quella di stare sulle montagne russe. Inutili i tentativi, forse di qualche abitante, di “rattoppare” le voragini. La leggera pioggia di stamattina ha riempito le buche d'acqua e si rischia di fare aquaplaning molto facilmente. Qualche residente della zona sembra stufo di questa situazione tanto che, appeso su un albero all'entrata di via della Marcigliana, c'è un foglio in cui si legge: «Agli abitanti (società ecc...) di questa via: Riunione presso azienda agricola Fortunato Lunedì 29 aprile ore 15 per discutere dei lavori della strada. Essendo di interesse comune vi preghiamo di esserci tutti».

Proseguendo il mio cammino, mi rendo conto che quello della strada non è l'unico problema. Dove prima erano posizionati i cassonetti, si trovano ora cumuli di immondizia. Ai lati della strada, al posto dei fiori, ci sono buste abbandonate e bottiglie di vetro. Gli abitanti della riserva avevano già fatto presente in passato, alle autorità competenti, lo stato di abbandono di certe aree del parco. Nel 2009 un uomo che si firma Filippo Maria Colantuomo, nella sezione “I lettori denunciano” del sitodel quotidiano la Repubblica, scriveva: «Sono indignato dalla condizione in cui è ridotta via della Marcigliana, potenzialmente sarebbe una bellissima strada che fa parte del parco naturale della Marcigliana, quindi sarebbe bello percorrerla immersi nella natura. Invece nel tratto dalla Salaria a via della Bufalotta è piena di buche ed è talmente invasa dagli arbusti e dalla spazzatura che è difficile arrivare alla nuova rotatoria, degna più della California che di un parco naturale».
Sono passati quattro anni e la situazione non sembra affatto cambiata.

La bellezza della natura, deturpata dalla trascuratezza dell'uomo, ha reso questo posto un inferno. Inferno nel vero senso della parola. In questi luoghi, quasi abbandonati, la notte si entra in un'atmosfera quasi spettrale. A pochi passi da via della Marcigliana, dopo aver percorso un lungo viale costeggiato da palme andate a fuoco in uno dei tanti incendi, entro in quello che tutti chiamano l'ex manicomio Santa Maria della Pietà. L'edificio si è trasformato - secondo le voci - in orfanotrofio e ospizio, continuando a ospitare negli anni dolore e solitudine. L'odore che si respira nell'aria è nauseabondo: un misto di bruciato e carne andata a male. L'enorme palazzo senza finestre è terrificante e si tiene in piedi per miracolo. Per terra siringhe, candele e resti di un recente droga-party.

Mi faccio coraggio ed entro all'interno della struttura insieme ad un amico che conosce bene la zona e che in passato ha visto ragazzi venire qui per drogarsi. Dopo l'abbandono, l'ex-manicomio è diventato infatti un rifugio per tossici, sedicenti satanisti e appassionati di softair. «Satana è qui», «Il sacrificio è compiuto», «Mantenete il silenzio in questo luogo di culto e preghiera» sono solo alcuni dei tanti inni al diavolo scritti sui muri. A completare questo scenario un altare costruito alla buona con dei mattoncini si erge in fondo ad una delle tante stanze. Resti di croci di legno bruciate e vecchie carcasse di piccioni rendono bene l'idea di cosa possa consumarsi, la notte, tra queste mura. Le persone hanno ancora paura di questo posto, nonostante non sia più abitato e le coppiette in gita preferiscono girare al largo. Qualcuno, che vive nelle aziende agricole attorno al grande edificio, racconta strane storie: «Ancora oggi, sarà colpa del vento, sarà la fantasia, si sentono strani lamenti, si vedono bagliori. Lì c'era anche quella macchina, l'elettroshock. Meglio stare lontani».
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