giovedì 9 luglio 2020
Cristian e gli altri colpevoli di pacifismo
di Lucia Aversano
28 attivisti di Greenpeace e due freelance sono in carcere in Russia, per avere protestato contro l'estrazione di petrolio che potrebbe sconvolgere l'ecosistema artico. Rischiano 15 anni
Oltre un milione di lettere, in 34 lingue differenti sono state spedite alle ambasciate russe per chiedere la liberazione dei 28 attivisti di Greenpeace, più i due freelance, che all’indomani della dimostrazione sulla piattaforma artica di Gazprom il 18 settembre, sono stati abbordati dalla guardia costiera russa, mentre navigavano in acque internazionali nei pressi del mar Artico. Anche l’abbordaggio dell’Arctic Sunrise, secondo quanto riferito da Greenpeace, è stata un'azione militare a tutti gli effetti: 8 militari si sono calati con le corde da un elicottero e hanno sparato 11 colpi di avvertimento contro la nave costringendo con la forza gli attivisti a inginocchiarsi.
Quella che doveva essere una dimostrazione pacifica per canalizzare l’attenzione dell’opinione pubblica su un futuro disastro ambientale è finita in tragedia. I 30 attivisti ambientalisti dal 24 settembre sono detenuti nella città portuale di Murmansk con l’accusa di pirateria e con il rischio di restare li per i prossimi 15 anni, e tutto questo in nome del petrolio. Anzi, a ben guardare, in nome di tre anni di petrolio, queste le stime della nuova frontiera dell’oro nero nell’Artico: 90 miliardi di barili che il pianeta consumerebbe in soli tre anni ,facendo correre però rischi altissimi all’ecosistema artico.

L’azione dimostrativa dell’organizzazione ecologista incriminata di pirateria è nata dall’esigenza di denunciare quanto sta accadendo nel mar Artico: "Le stesse aziende dell'energia sporca – si legge sul comunicato dell’organizzazione – che per prime hanno causato lo scioglimento dei ghiacci artici, ora stanno cercando di trarre profitto da quel disastro. Vogliono aprire la nuova frontiera dell'oro nero, per raggiungere un potenziale di 90 miliardi di barili di petrolio. Questo vuol dire un sacco di soldi per loro, ma equivale a soli tre anni di consumi petroliferi per il pianeta. Documenti governativi sin qui segreti, dicono che contenere fuoriuscite di petrolio nelle acque del Polo è "quasi impossibile" ed ogni errore si rivelerebbe potenzialmente fatale per il fragile ecosistema artico. Per trivellare nella regione artica, le compagnie petrolifere devono trascinare gli iceberg lontano dai loro impianti e utilizzare enormi tubi idraulici per sciogliere il ghiaccio galleggiante con acqua calda. Se li lasciamo fare, una catastrofica fuoriuscita di petrolio è solo una questione di tempo. Abbiamo visto i danni terribili causati dai disastri della Exxon Valdez e della Deepwater Horizon - Non possiamo lasciare che ciò accada nell'Artico”.

Tra i trenta attivisti, c’è anche un italiano, Cristian D’Alessandro, trentunenne di Napoli. Attualmente non è detenuto insieme agli altri attivisti, ma condivide la cella con due detenuti russi. La madre, Raffaella Ruggiero, si è rivolta al presidente della Repubblica Napolitano, attraverso una petizione lanciata sulla piattaforma change.org, nella quale scrive al Presidente affinchè «si adoperi per la libertà di Cristian. Certo, il momento è grave per il Paese e ben altri pensieri affollano la Sua mente, lo so bene, ma pure mi permetta di insistere perché rivolga qualche minuto del Suo prezioso tempo al mio ragazzo ed ascolti, per cortesia, il mio appello. Cristian aveva il sogno di contribuire a costruire un mondo migliore ed ha creduto di poterlo fare pacificamente con i suoi compagni di Greenpeace. Questo sogno adesso è una colpa, anzi un reato gravissimo».
La famiglia non ha contatti con il ragazzo da settimane e mai avrebbe creduto di vederlo in prigione, «lui persona pacifica, non violenta, amante della natura, della musica, della compagnia semplice e schietta, accusato di pirateria e di atti violenti». 
Nell’attesa di risvolti sono decine le iniziative e le manifestazioni per la liberazione dei 30, perché gli attivisti non sono colpevoli di pirateria ma colpevoli di pacifismo.
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