sabato 31 ottobre 2020
Cambiamenti climatici, raccontiamoli meglio
di Ermanno Giuca
Gli allarmismi di un tempo non bastano più. Per comunicare i cambiamenti climatici c’è bisogno di nuovi generi che mettano al centro l’urgenza di cambiare rotta. Se n’è parlato alla Città dell’Altra Economia in occasione della Giornata Mondiale della Terra
Lo scorso anno il nostro pianeta ha raggiunto un record storico sfiorando i cinquanta miliardi di tonnellate di emissioni di gas serra nell’atmosfera. Da quando l’uomo è comparso sulla terra (circa diecimila anni fa) non si è mai trovato in condizioni così drammatiche per l’intero ecosistema.

Questo, insieme a tanti altri, è l’allarme che da alcuni decenni gli studiosi del clima pongono al centro del dibattito pubblico. Eppure continuano a non essere ascoltati e cinicamente ignorati nonostante i rischi siano gravi ed imminenti. E non parliamo solo dei “grandi” del Pianeta che quest’anno si ritroveranno a Parigi in occasione di COP21 (la Conferenza Mondiale sul Clima) ma anche dei singoli governi come quello italiano che rimandano sovente provvedimenti sul tema. Allora è giusto chiedersi, c’è un problema di comunicazione? C’è un disinteresse dell’informazione a questo tipo di temi? E se sì, perché? In occasione della Giornata Internazionale della Terra, celebratasi lo scorso 22 Aprile 2015, la Città dell’Altra Economia a Roma ha ospitato il dibattito su “Comunicazione di frontiera: un’altra Terra è possibile?” un’occasione in cui le diverse realtà ambientaliste italiane hanno riflettuto sul loro modo di comunicare e di relazionarsi con gli organi di informazione.

Tra gli ospiti, il climatologo e docente Vincenzo Ferrara che ha voluto chiarire subito come il mondo giornalistico italiano faccia spesso confusione tra cambiamenti climatici e meteo. «Si confonde spesso il clima con la meteorologia. Mentre la meteorologia riguarda solo gli oscillamenti atmosferici di specifiche zone, il clima prende in considerazione più variabili come l’atmosfera e l’intero ecosistema. Il riscaldamento globale è altro. Se questo acceleramento dovesse superare i due gradi per secolo ci potrebbero essere ripercussioni importanti, che già sono accadute nella storia, con effetti terribili». Ma l’annosa questione dei cambiamenti climatici sta interessando anche le stesse multinazionali che spesso ci speculano su. Maria Grazia Midulla, responsabile Energia e Clima WWF, avverte: «come associazioni schierate in campo veniamo spesso accusati di essere catastrofisti ma di questi problemi ne stanno risentendo anche grandi aziende internazionali che fanno i conti con le loro carenze di produzione. Una volta ho incontrato un dirigente dell’Unilever (la multinazionale che tra le altre controlla la Findus ndr) che manifestava una certa preoccupazione perché non si trovano più merluzzi per poter produrre i noti bastoncini. Il problema è una cultura che non si riesce ad aggiornare e ancora pensa di vivere sulla Luna».

«Anche il Governo italiano ci ha deluso - denuncia Maria Maranò di Legambiente - perché il famoso “Green Act” (il pacchetto di norme sull’ambiente ndr) promesso a Marzo non solo non è stato portato a termine ma è stato anche declassato da competenza del Ministro Del Rio a competenza del Ministero dell’Ambiente. E’ un problema che vorremmo si affrontasse seriamente e non come clausola accessoria. Se una centrale chiude c’è gente che perde il lavoro e va re-inserita in altri ambiti ecco perché vorremmo un provvedimento economico e di politiche industriali». Ma davanti a negoziati internazionali e leggi nazionali che non vengono messi in atto come sensibilizzare l’opinione pubblica? «Fare comunicazione sui cambiamenti climatici non è semplice ma si può fare» dice Luca Iacoboni di Greenpeace. «Questi temi, spesso, vengono trattati come fossero emergenze future ma i cambiamenti climatici sono ora e qui e tragedie come quelle di Genova, della Toscana o delle Filippine ce lo dimostrano. Inoltre ciò che manca all’informazione è inquadrare chi è il colpevole di tutto ciò. Non c’è solo disinformazione ma c’è anche chi guadagna con la malafede perché sappiamo bene che quando si parla di clima e salvaguardia del pianeta entrano in gioco quelle lobby che minano gli accordi e i negoziati».

E i giornali? Quanto e come parlano di clima? Simonetta Lombardo, giornalista ambientalista, rassicura che i quotidiani italiani parlano di questi temi anche se raramente in prima pagina. Il 91% di chi ne parla lo inserisce nelle pagine interne e tra i giornali che affrontano più il tema c’è - stranamente - il Sole24ore. Ma il punto è che «il cambiamento climatico non può essere più una questione di scienza. Il giornalismo di per sé è brillante e questa storia l’ha raccontata già tante volte quindi non fa più notizia. Il giornalismo non basta. La comunicazione tradizionale non basta più. La redazione del britannico The Guardian - ad esempio - non racconta più i cambiamenti climatici tramite articoli ma pubblicando dei podcast video dove i redattori si filmano mentre discutono su come affrontare giornalisticamente queste tematiche. C’è l’esigenza di contaminare i generi, creare delle fiction non fiction. Occorre puntare su altri valori».

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