sabato 15 dicembre 2018
Referendum. La par condicio negata ai fuori sede
di Ermanno Giuca
Per votare al referendum 250.000 giovani cittadini dovranno rientrare nella propria città di residenza. Perché il voto a distanza non è ancora in vigore in Italia? La sfida della campagna #iovotofuorisede
Le settimane che ci separano dal voto del 4 dicembre si contano sulle dita di una mano mentre gli schieramenti del sì e del no sono sempre più roventi. Qualcuno auspica venti di mutamento mentre qualcun altro vuol evitare cambi irresponsabili di rotta. Ma su un punto sono tutti d’accordo: lo studente fuori sede vota a casa sua.

In Italia gli studenti che hanno scelto di trasferirsi in un’altra regione sono 248.351 dislocati presso le 79 università italiane (dati Ministero Istruzione 2015). Gli scolari pugliesi che hanno lasciato la propria terra per studio sono 6.032 seguiti dai colleghi siciliani (5.112) e da quelli campani (4.077). Insomma non stiamo parlando di cifre irrisorie ma migliaia di cittadini e cittadine italiani che per poter esercitare il proprio il voto devono rientrare nel luogo di residenza con tutte le difficoltà logistiche ed economiche che comporta questa scelta.

E gli sconti riservati dalle compagnie nazionali di trasporto? Alitalia per il referendum di Dicembre offre uno sconto di 40€ (escluse tasse) sul prezzo base di un biglietto di andata e ritorno mentre Trenitalia sconta del 70% il prezzo base di un biglietto sui treni a media-lunga percorrenza nazionale. Ma, conti al portafoglio a parte, affrontare un viaggio non è sempre così semplice e immediato per uno studente lontano da casa e in buona parte dei casi lo scoraggia a partire.

Nel 2008 a Torino è nato il comitato “Io voto fuori sede” costituito da un gruppo di universitari che da anni tenta di fare pressing sulle istituzioni per permettere, a chi si trova in un’altra città per motivi di studio, di esercitare il proprio diritto/dovere di voto. «Ancora una volta l’Italia è indietro - si legge sul sito - eppure la soluzione al problema esiste, è semplice e viene applicata con successo in molti altri paesi europei (in Francia, ad esempio, il voto per delega è ammesso). Tra l’altro una soluzione di questo problema permetterebbe un grosso risparmio per le casse statali non essendo più necessario rimborsare il viaggio elettorale».

Le firme raccolte in questi anni attraverso le petizioni online del comitato, hanno portato qualche frutto ed è così che il disegno di legge elaborato da “Io voto fuori sede” il 6 Dicembre 2011 arriva in Senato mentre il 5 giugno 2012 approda alla Camera. Questo decreto legge, infatti, permetterebbe l’adozione del meccanismo del cosiddetto “voto anticipato” (utilizzato da anni in Danimarca) anche in Italia. Ogni cittadino danese che fa richiesta, secondo le modalità e i tempi previsti dalla legge, può esprimere il voto in un seggio speciale allestito per l'occasione, votando, presso il luogo in cui è domiciliato. Affinché ciò sia possibile il voto dell'elettore fuori sede avviene anticipatamente rispetto a quello di tutti gli altri cittadini: per questo viene chiamato "anticipato".Ma dalle aule parlamentari, ad oggi, ancora nessun responso. Tutto tace.

Se per alcuni il voto elettronico non rappresenta ancora uno strumento sicuro e affidabile, sia il voto per delega che quello anticipato sono due esempi europei che di fatto rimuovono l’ostacolo della distanza per chi è lontano dalla città di origine. E – come spiega il comitato – è lo stesso art. 3 della Costituzione a dire che «è compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che impediscono [....] l'effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica e sociale del paese». La prossima legge elettorale darà voce (e matita) a questi 250.000 cittadini?

 

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