sabato 20 aprile 2019
Così il cellulare ci cambia il cervello
di Mariaelena Iacovone
Che danni fa a noi, al nostro cervello, alla nostra psiche l’iperconnessione di cui un po' tutti siamo schiavi? Considerazioni dopo una puntata di "Presa Diretta"

In quella che i sociologi definiscono era “biomediatica”, le persone hanno cambiato radicalmente il loro modo di vivere non solo in rapporto ai “nuovi” media, ma soprattutto in rapporto agli smartphone. Non c’è aspetto della vita relazionale che non venga condizionato da tali dispositivi. Essi hanno, infatti, modificato le nostre capacità cognitive e, addirittura, l’assetto posturale del nostro corpo.

Lo scorso 15 ottobre il programma di Rai 3 "Presa diretta" ha dedicato l’intera puntata ad un tema estremamente attuale: l’iperconnessione ai tempi della Rete. E si è chiesta: vivere in simbiosi con gli smartphone (la trasmissione parla provocatoriamente di “homo cellularis”) che effetti avrà sull’uomo? Lo ha raccontato Lisa Iotti, "inviata di Presa diretta", nelle interviste ai vari esperti del campo medico ed educativo.

 

Laurent Karila, psichiatra francese dell’ospedale Paul Brousse, ha spiegato che lo stress da iperconnessione è legato alla nomofobia (contrazione di no-mobile), termine di recente introduzione, che indica la paura di rimanere senza telefono. Una vera e propria dipendenza da un oggetto di cui non possiamo fare più a meno, perché ci rassicura e tranquillizza.

Recenti ricerche hanno dimostrato che a 9 persone su 10, in più momenti della giornata, capita di prendere in mano il telefono credendo che stia vibrando in tasca. Una vera e propria “vibrazione fantasma” provocata, invece, da spasmi muscolari.

 

Risulta, perciò, sempre più evidente che le nuove tecnologie ci stanno trasformando sia antropologicamente che biologicamente. Se volessimo indicare le due principali problematicità legate all’iperconnessione potremmo riassumerle così: livello di attenzione sempre più basso e incapacità di risolvere fenomeni complessi.

Riguardo alla prima criticità, interessante è l’esperimento condotto da alcuni ricercatori, tra cui Kristen Duke, studiosa di scienze comportamentali dell’Università della California a San Diego. Lo studio chiamato Brain Drain (letteralmente prosciugamento del cervello) dimostra che avere lo smartphone nelle vicinanze, anche senza interagirci, riduce le nostre capacità cognitive e ha effetti sulla nostra attenzione.

 

Ed è proprio questa soglia di attenzione così bassa che ci spinge a frammentare il campo visivo anche quando leggiamo. Secondo ricerche scientifiche, infatti, «quando si legge online la traiettoria è a zigzag, a scatti. Una sorta di zapping continuo dato da pubblicità, messaggi e link». Diversamente, davanti ad un testo cartaceo la traiettoria risulta lineare.

Qualcuno, tuttavia, potrebbe obiettare che è proprio grazie a queste tecnologie che il cervello viene “liberato” da eventuali sforzi cognitivi, i quali vengono, così, affidati a delle macchine. Ma è davvero così semplice la relazione o tutto questo comporta gravi conseguenze neurologiche?

Michael Merzenich, uno dei neuroscienziati più noti al mondo e fra i primi a dimostrare la plasticità del cervello, ha spiegato alla giornalista che «il cervello, a seconda di come lo facciamo lavorare, cambia strutturalmente e funzionalmente. […] Per esempio, il nostro cervello è costruito per fare da guida nell’ambiente fisico. Oggi, quando ci troviamo in un luogo, guardiamo il percorso sul telefono e spesso non sappiamo neanche dove siamo. Noi non sfidiamo più il cervello a ricostruire mentalmente lo spazio e ad orientarsi. Una sfida che, tuttavia, per lui aveva un valore».

 

Gary Small, psichiatra dell’Università della California di Los Angeles, è stato il primo nel 2008 a dimostrare «come cambiano i nostri circuiti neurali in risposta all’uso di internet». Ci spiega Small che «cerchiamo online perché ci sono tanti stimoli, si possono trovare cose sempre nuove e, quindi, spingiamo costantemente il cervello ad essere eccitato. […] Queste tecnologie stanno chiaramente riformattando i nostri cervelli».

La letteratura scientifica degli ultimi anni ha più volte sottolineato che non è affatto facile uscire da questi meccanismi: essi operano a livello biologico e in modo inconscio. Per ora non si parla ancora di conseguenze irreversibili, ma, se ci si spingerà troppo oltre, quali potrebbero essere gli effetti? A voi la riflessione.

 

 

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