venerdì 7 ottobre 2022
Quando aiutare può far male...
di Federica Mattei
A volte, aiutare chi si trova in difficoltà può far male, perché si crea dipendenza. È uno dei motivi che rendono più difficile l'impegno dei caregiver
16 gennaio 2022

Durante il Congresso Nazionale della Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (Fish) che si è svolto il 16 e 17 giugno 2021, in modalità telematica, si è discusso di numerose tematiche. Tra queste una in particolare riguarda la condizione di maggiore esclusione delle persone con disabilità durante la pandemia. Come ha sottolineato il presidente della stessa Federazione Vincenzo Falabella, «l’impatto della pandemia nei confronti delle persone con disabilità e delle loro famiglie è devastante, perché determina nella maggior parte dei casi fenomeni di ulteriore isolamento ed esclusione dalla società», e quindi la tematica riguardante la disabilità e la relazione d’aiuto che si instaura ha molteplici sfaccettature. Una di queste riguarda l’importanza dei caregiver, attraverso cui si introduce anche il discorso sulla possibilità di donare e ricevere una tipologia di aiuto non simmetrico che può generare la nascita di uno specifico fenomeno studiato in psicologia sociale: il sovraiuto benevolo.

Chi sono i caregiver

Con il termine caregiver si intende colui che assiste un anziano non autosufficiente o un soggetto disabile. In particolare la Legge di bilancio 2018 e la legge numero 205 del 27 dicembre 2017, forniscono all’articolo 1 comma 255 una definizione di caregiver familiare che si identifica con chi assiste e si prende cura del coniuge o del convivente di fatto (ai sensi della legge 20 maggio 2016, numero 76) entro il secondo grado di parentela.

Secondo i dati Istat pubblicati nel 2018, sono più di 7 milioni, pari circa al 15% della popolazione gli italiani impegnati nel caregiving informale a favore cioè di propri familiari. Quello svolto dal caregiver familiare è un lavoro particolarmente oneroso ma, nonostante ciò, in Italia a differenza di molti altri Paesi Europei, questa figura non viene giuridicamente riconosciuta né tutelata.

Un impegno poco tutelato

Nel novembre 2017 la commissione Bilancio del Senato ha approvato l’emendamento che prevede l’istituzione del Fondo per il sostegno e l’assistenza del caregiver familiare e a fine 2020, la Legge di Bilancio 2021 (Legge 178/2020, articolo 1 comma 334) ha istituito un nuovo Fondo per il riconoscimento del valore sociale ed economico dell’attività di cura non professionale svolta dal caregiver familiare, attraverso la distribuzione di 30 milioni di euro per gli anni dal 2021 al 2023.

Attraverso il lavoro svolto dai caregiver, si instaura la relazione d’aiuto tra due o più persone. «L’aiuto è l’opera che si presta in favore di qualcuno che si trova in una condizione di difficoltà o di bisogno perenne o in un determinato momento» (Enciclopedia Garzanti).

La relazione d'aiuto

Un contributo importante nel definire la relazione d’aiuto è dato da Carl Romson Rogers, psicologo statunitense, filosofo di fama mondiale, considerato il padre della psicologia umanistica. Secondo quest’ultimo, la relazione d’aiuto si realizza quando due persone si mettono in comunicazione e una di queste si trova in una condizione di sofferenza, conflitto o disabilità di fronte ad un problema. L’altra persona ha una capacità maggiore, una competenza e un’abilità rispetto alla prima, nell’affrontare il medesimo problema. Questa tipologia di relazione ha lo scopo di promuovere nell’altro la crescita delle capacità personali e per questo è importante non solo il ruolo di colui che presta il proprio aiuto ma anche di chi lo riceve. Agli occhi del ricevente l’aiuto può essere considerato come un “dono misto.”

L’aiuto non è solo la conferma di essere degni dell’interesse altrui, ma è anche la costatazione oggettiva di aver bisogno del sostegno di una persona per riuscire a risolvere dei problemi o determinate situazioni che si possono venire a creare. Quando l’aiuto viene offerto in pubblico può divenire una fonte di imbarazzo anche per il ricevente.

Il sovraiuto

Attraverso lo scambio che avviene tra il ricevente e il donatore dell’aiuto si può decidere se dare un aiuto che sia orientato all’autonomia di colui che lo riceve (aiuto strumentale), oppure alla dipendenza del ricevente nei confronti del donatore: sovraiuto benevolo e cioè un aiuto eccessivo rispetto alle sue capacità autonome.

Alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso, l’attenzione dei ricercatori si è spostata dall’analisi dei comportamenti di chi presta il proprio aiuto all’analisi di chi l’aiuto lo riceve. Si è sviluppato così, un nuovo campo di studi relativo all’ambivalenza dell’aiuto che può causare la nascita del sovraiuto benevolo e di conseguenza la scelta di aiutare per il donatore si presenta essenzialmente come una scelta dicotomica: aiutare o astenersi dal farlo.

Il sovraiuto benevolo si sviluppa quando vi è una condizione d’eccesso e l’essere aiutati troppo può comportare un grave rischio sia a livello morale che psicologico per il ricevente. Questa forma di aiuto “ambivalente” si sviluppa per un fattore di protezione, ma può divenire un fattore di rischio perché non si dona una tipologia di aiuto finalizzato all’autonomia, ma al contrario si sviluppa la necessità di dover contare sempre su qualcuno per affrontare una situazione e tutto questo può generare un mancato equilibrio, aggravando ulteriormente la condizione di svantaggio iniziale del ricevente.

Il tentativo del ricevente di sottrarsi ad un aiuto eccessivo può essere compreso solo se si considerano realmente i possibili effetti che lo scambio può generare. La difficile scelta di rifiutare un aiuto eccessivo può essere equivocata e perfino ritorcersi paradossalmente contro il ricevente stesso in quanto questo ultimo, per il suo gesto può essere considerato agli occhi del donatore come una persona irrispettosa degli sforzi altrui.

La relazione d’aiuto è di fondamentale importanza per gli esseri umani e, anche, per i mammiferi in genere.... La stessa, però, se non attuata in modo giusto, può ulteriormente aggravare una condizione di svantaggio iniziale della persona che necessita di un supporto e in questo modo si finisce per generare un aiuto non efficace e al tempo stesso rischioso per chi lo riceve e per chi lo dona. Questo perché le due persone coinvolte nella relazione finiscono per divenire della maggior parte dei casi, dipendenti l’una dall’altra e si privano in questo modo della bellezza implicita nel gesto di dare e ricevere aiuto soprattutto se e quando questo gesto non è realmente necessario.

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