sabato 15 dicembre 2018
Se i giovani non votano è (anche) colpa del mercato?
di Giorgio Marota
Secondo il rapporto IPSOS-TWIG il 35% dei millennials non si è recato alle urne. Sette punti percentuali in più rispetto al resto della popolazione. Le cause e qualche spunto di riflessione

«Il 70% dei giovani al primo voto potrebbe non entrare in una cabina elettorale e infischiarsene di esprimere la propria scelta». Scriveva così il quotidiano La Stampa il 2 gennaio, lanciando l’allarme astensionismo tra i più giovani a due mesi dalle elezioni. Sono state fatte tante analisi dopo il voto del 4 marzo: il trionfo del Movimento 5 Stelle (primo partito al 32,9 % con picchi del 60% in alcuni Paesi del Sud Italia), gli oltre 4 milioni di voti in più che la Lega di Salvini ha conquistato rispetto alle elezioni del 2013 (salendo al 17,4%), il crollo dei partiti tradizionali come il PD – che è passato in 4 anni dal 40% delle europee al 18,8% delle politiche – e Forza Italia, al 14% (per entrambi minimo storico) sono tutte chiavi di lettura e strade percorribili per una profonda e attenta osservazione di come è cambiato l’elettorato italiano.


Ma i giovani come hanno votato? Secondo il rapporto IPSOS – TWIG tra gli elettori al primo voto è prevalso il Movimento 5 stelle, seguito ex aequo o quasi da PD e Lega. Le stesse cifre, decimo in più o in meno, delle percentuali che rappresentano l’intera popolazione. Ciò che è cambiato - e su cui vale la pena porre l’accento per una riflessione - è il numero degli astenuti tra chi per la prima volta si recava alle urne: il 35%. Non è certo il 70% delle previsioni, ma è un dato molto alto in considerazione al 29,6% su scala nazionale. Soprattutto per come questo numero si è modulato a seconda delle fasce d’età: 29,9% dai 19 ai 34 anni, 27,8% tra i 35 e i 49 anni e 27,6% tra i 50 e i 64 anni. Si procede a scalare, finché più o meno non arriva la pensione. Poi ecco una nuova impennata al 34%. Un elastico quindi, che si traduce così: come elettori nasciamo delusi, smettiamo di esserlo e iniziamo a crederci sempre di più con il passare degli anni finché, oltre ai capelli bianchi arriva pure la rassegnazione e torniamo a non sentire più la necessità di recarci alle urne.


Secondo un articolo dell’Economist pubblicato a febbraio e tradotto in lingua italiana da Internazionale, i millennials sono più istruiti delle generazioni precedenti, sono interessati ai grandi temi più di quanto si pensi, più inclini ad andare a una manifestazione, meno appassionati di droghe e alcol rispetto ai giovani del passato. Eppure hanno perso molte delle abitudini che portavano i loro genitori a votare. Questa la lettura di Rob Ford della Manchester University: «I millennials non considerano il voto come un dovere e, di conseguenza, non si sentono moralmente obbligati a votare. Al contrario, ritengono che i politici abbiano il dovere di corteggiarli. Non vedono i partiti come movimenti degni di fiducia, ma come marchi e brand da scegliere o ignorare, da acquistare e confrontare». È dunque la logica del mercato, a cui la nostra società è ormai assuefatta e a cui la politica si è adeguata con le sue logiche spettacolari, la prima causa dell’attuale disinteresse nei confronti della cosa pubblica? Il mondo della comunicazione e dei media dovrebbe farsi anche questa domanda.

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