domenica 7 giugno 2020
Ho ottant'anni e da piccola ho imparato tre cose
di Augustine Lourdu Sami
La storia di Caterina Valente, che da bambina ha dovuto lasciare la sua casa per colpa della guerra e non ha mai dimenticato quell'esperienza.

«Quando in televisione scorrono immagini di devastazione e sangue causate dalla guerra, che purtroppo in questo periodo tormenta vari Paesi, io mi rattristo molto e penso che la storia, maestra di vita, nulla insegni agli uomini. Il mio cuore è colpito soprattutto dallo strazio dei bambini e dalla loro sofferenza per la mancanza di cibo, per il freddo e spesso per la morte dei genitori». Lo dice Carolina Valente, è una insegnante in pensione di ottanta anni, nata a San Vittore del Lazio, paesino di Cassino, e vive a Roma. L'abbiamo intervistata, per farci raccontare la sua storia.

Perché dice questo?

«Mi rivedo bambina di sei anni che ha vissuto la tragedia della guerra combattuta sul fronte di Cassino e Monte Cassino, dove i tedeschi avevano costruito la linea Gustav contro l’avanzata degli alleati. Nel settembre 1943, dopo l’armistizio di Cassibile, è iniziata forse la fase più dura per l’Italia. Subito gli alleati hanno bombardato e siamo stati costretti a lasciare le nostre case e a rifugiarci altrove. Rivedo una lunga fila di persone spaventate, che portano in mano un piccolo bagaglio con le poche cose raccolte frettolosamente. Io porto per mano il mio fratellino di tre anni.

Finalmente, ecco un riparo: una vecchia stalla abbandonata, che a stento riesce a contenere tutte quelle persone».

E lì, come avete vissuto?

«Il 19 Dicembre, data impressa indelebilmente nella mia mente, inaspettato,  come un fulmine a ciel sereno, un grande dolore devasta il mio cuore: la morte della mia dolcissima mamma.

In questo momento di dolore e smarrimento, di fronte ad eventi così dolorosi, io ricordo un grande senso di solidarietà, di aiuto reciproco, di grande amore che rendeva tutti fratelli e che solo può trasmettere conforto e speranza.

Tra le figure  che asciugavano il pianto di due orfanelli, ricordo con tanto affetto don Filippo, un santo sacerdote che aveva preso a cuore la nostra vicenda. Io lo aspettavo con ansia: ci portava sempre un tozzo di pane, che riusciva a procurarsi e di cui  si privava per noi.

I ricordi e le esperienze dell’ infanzia, sono le pietre su cui si costruisce il carattere e la personalità di un uomo.

Chiedo al Signore, che tutti i bambini, che in questo momento, vivono l’esperienza dolorosa della guerra, possano guarire dalle loro ferite e possano diventare coraggiosi uomini di pace, assicurando progresso e serenità al mondo. Io, personalmente, ho imparato a condividere il dolore di tutti, in modo particolare dei bambini. Perciò, mi prodigo per le missioni che sorgono con l’aiuto del Signore ed il lavoro di persone eccezionali nei paesi più poveri e abbandonati.»

 

Quali erano i suoi pensieri nel momento in cui ha dovuto abbandonare improvvisamente la sua casa?

«Non riuscivo a comprendere perché dovevamo allontanarci così in fretta, lasciando il mio caldo nido, i miei giocattoli, il mio gattino. Piangevo molto, ma cercavo anche di consolare il mio fratellino.»

Che cosa faceva quando cadevano le bombe?

«Appena sentivo il rombo degli aeroplani, mi nascondevo e pregavo l’angelo custode di venire a farmi compagnia».

Che cosa ha provato vedendo la sua mamma morta?

«Prima un senso di incredulità, poi un dolore così grande, che mi toglieva il respiro. Ripensavo alla sua dolcezza, alle sue coccole, ai suoi caldi abbracci, al bacio della buonanotte dopo aver recitato insieme le preghierine. Ero molto triste, seduta in un cantuccio non avevo voglia neppure di parlare e gli sfollati che erano nel rifugio con noi cercavano in tanti modi di farmi sentire il loro affetto.»

È il suo papà?

«Abbracciandomi mi diceva che la mamma era in cielo: non mi aveva lasciato, ma era sempre accauto a me. Mi diceva sempre: quando guarderai un cielo stellato, ricordati che la stella più luminosa è la tua mamma».

Quale era l’ora della giornata che aspettava con ansia?

«L’arrivo de Don Filippo che mi portava un tozzo di pane, che per me era il dolce più squisito del mondo, e in più aveva un sorriso tanto dolce e le sue parole mi rincuoravano e rassicuravano.»

Dopo questa esperienza tragica, quando ha ripreso una vita normale?

«Nel 1945 è arrivata finalmente la pace con le sconfitte delle dittature nazista e fascista. È iniziata la ricostruzione del paese e sono andata a scuola per la prima volta in un vecchio locale. Solo nel 1947, dopo la ricostruzione dell’edificio scolastico, sono entrata in una vera aula.

La mia vita ricomincia, anche se faticosamente, sorretta dall’affetto del mio papà che si è dedicato solo a me e al mio fratellino e dalla guida di una zia eccezionale che ha fatto le vice della mia mamma.

Perciò dico: «Grazie, Gesù» nella tempesta che ha sconvolto la mia infanzia mi sei stato vicino, mi hai protetto e con Te sono riusicita a volare alto.

Che cosa ha imparato da quella esperienza?

«È stata una grande esperienza in cui ho visto tutti gli italiani uniti come un’unica famiglia. Quindi, nei momenti di felicita o di difficoltà, abbiamo bisogno di essere uniti per costruire insieme la nazione.

Il secondo valore che ho imparato è che ho iniziato ad avere amore per i bambini che sono vulnerabili: aiutiamo i bambini che sono nel bisogno perché loro sono il nostro futuro. Cerchiamo di sostenerli nel giusto modo, affinché i popoli crescano nella pace e nel progresso.

Il terzo valore che ho imparato: solo una fede ardente può aiutare a superare la calamità della guerra. Solo la fede in Dio può ispirare i popoli alla pacifica collaborazione. Cerchiamo perciò di trasmetterla alle giovani generazioni.»

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