martedì 6 dicembre 2022
Dalla scuola di Atene alla scuola a distanza
di Riccardo Capobianco
Dall'inizio dell'emergenza la didattica non avviene più in aula, ma direttamente nelle nostre case. Cosa cambia a livello relazionale e didattico? Intervista a una giovane professoressa.
19 maggio 2020

Tempi di Covid. Sono già passati 60 giorni dall'inizio della quarantena e la fase 2 è iniziata da poco. Piano piano stiamo ricominciando la nostra vita, ma per quanto riguarda le scuole ci sarà ancora da attendere, prima di poter tornare alla normalità. Attualmente infatti sono chiuse, e lo rimarranno fino a quando non si riusciranno a trovare delle soluzioni, che permettano rispettare le norme di sicurezza Covid.

Intanto l’insegnamento va avanti, non più nelle aule, bensì nelle case degli studenti, grazie alle “online classroom”, dove vediamo un cambiamento nel modo di rapportarsi tra studenti e insegnanti. Per capirne meglio questo cambiamento, chiediamo a Ester Dragoni, insegnate di architettura e design grafico al liceo artistico Enzo Rossi di Roma.

 

Ora che il canale comunicativo scolastico è cambiato, come sta cambiando il rapporto alunno/professore all’interno del liceo?

«Il rapporto che esiste in questo momento non è molto diverso da quello in presenza, anche se dipende moltissimo dalla persona. Tutti gli alunni, che partecipano alla didattica a distanza, lo fanno perché hanno interesse ad avere un contatto con l'insegnate, oltre che per sviluppare il programma per la formazione. Con loro il rapporto c’è.

Oltretutto la didattica a distanza è anche proficua. Grazie ad essa abbiamo infatti la possibilità di comunicare con nuove tecnologie e con sistemi differenti dalla didattica tradizionale. Come ad esempio inserire materiali multimediali, il giorno prima di fare la lezione. Questo per dare la possibilità di informare in maniera generale i ragazzi sugli argomenti che verranno trattati. Si ha quindi uno sviluppo del programma anche più puntuale e preciso, sempre per chi abbia la voglia di partecipare».

 

Grazie alla tecnologia è cambiato il modo di comunicare. Oltre alle video conferenze, quali altri strumenti vengono   utilizzati e sopratutto quali sono i feedback degli alunni

«Il primo problema è stato quello di attivare delle piattaforme, perché gli istituti scolastici non subito l’hanno fatto. Sono stati tanti i docenti che si sono mossi da soli per attivare delle piattaforme e per poter al più presto ricominciare il programma scolastico. Gli studenti, da parte loro, pur non essendo preparati e abituati, hanno dovuto imparare subito a prendere confidenza con queste nuove piattaforme, tra le quali le più utilizzate sono Zoom, WeSchool e altre.

Alcuni professori che non hanno voluto subito misurarsi con queste nuove modalità, hanno iniziato invece a comunicare tramite Whatapp, per avere dei feedback di ritorno e ricevere le consegne assegnate in modo più rapido e diretto. Gli studenti quindi si sono inizialmente trovati disorientati, ma hanno preso in fretta il ritmo. Si sono abituati a fare i test online e ad essere formati utilizzando i materiali multimediali caricati sulle varie piattaforme.

Questo tipo di didattica esiste già da tempo e si chiama classe rovesciata: “flipped classroom”. Poco utilizzata in precedenza, in particolare nelle scuole secondarie di secondo grado. Mentre adesso è all’ordine del giorno data la situazione di emergenza».

 

Usare programmi per svolgere le lezioni può essere troppo complicato e potrebbe addirittura compromettere i risultati degli studenti, cosa ne pensa al riguardo?

«All’inizio è stato tutto molto difficile, perché si è dovuto fare tutto in fretta. Alcuni docenti inoltre hanno più di 60 anni e quindi si sono dovuti abituare a questa nuova modalità di didattica più complicata della tradizionale. Però si sono adattati bene, nel senso che, passo dopo passo, sono riusciti a familiarizzare con questi sistemi e piattaforme. Per quanto riguarda i ragazzi, invece, è stato molto più semplice, perché sono abituati ad interagire tra di loro con telefoni, tablet e video chiamate. Il problema è sempre “per chi vuole partecipare”, perché tutta questa bella tecnologia legata alla scuola per tanti è faticosa, e quindi vengono trovate scuse per sottrarsi alle lezioni e la partecipazione alla DAD (didattica a distanza)».

 

sono diverse le polemiche che si sono alzate sull'efficacia della didattica a distanza, quali sono secondo lei i vantaggi e gli svantaggi?

«I vantaggi sono ad esempio una modernizzazione della didattica, sempre con la volontà di professori e alunni, perché ci sta la possibilità di caricare molti più materiali e approfondire meglio gli argomenti da trattare. È ovvio che il rapporto in classe, quello “umano” non può essere sostituito da niente, però può portare la didattica ad un livello più alto, come quello universitario».

 

Secondo lei nel momento in cui si tornerà a svolgere le lezioni in aula, sarà utile integrare gli strumenti di didattica a distanza in ambiente liceale?

«Si assolutamente, adesso che abbiamo capito e imparato,vediamo che sono strumenti di supporto straordinari, che vanno assolutamente utilizzati, per dare un valore aggiunto a quella che è la scuola tradizionale in presenza».

 

 

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