venerdì 4 dicembre 2020
The social dilemma
di Maria Grazia Tripi
"The social dilemma" (sulla piattaforma Netflix) potrebbe essere il documentario desiderato da tutti i genitori per convincere i figli a staccarsi dal cellulare. Le questioni aperte, però, sono molto più vaste.

Un dilemma implica un’alternativa tra due ipotesi, la scelta di ognuna delle quali necessita di argomenti. Certo è che, se a parlare degli effetti negativi dei social sono proprio coloro che li implementano, come accade in The social dilemma, l’argomentazione contro il loro uso sembra essere vincente.

La sceneggiatura è di Jeff Orlowski, Davis Coombe, Vickie Curtis vincitori - per Chasing Ice e Chasing Coral - dell’Emmy Awards nella sezione documentari. La produzione è di Larissa Rhodes responsabile del settore sviluppo creativo della Exposure Labs. Quest’ultima è stata fondata dal giovane regista Jeff Orlowski con la mission di realizzare produzioni e processi di sensibilizzazione sul tema dell’ambiente e della tecnologia. Interessante anche notare che la Exposure Labs finanzia la propria attività grazie a fondazioni filantropiche e numerosi attivisti per la tutela dell'ambiente. Sembra proprio che ambiente e tecnologia siano due tematiche da affrontare insieme, come dimostra anche l'ultimo libro Il verde e il blu. Idee ingenue per migliorare la politica, pubblicato a maggio del 2020, di Luciano Floridi, professore di filosofia ed etica dell’informazioneMa ritorniamo al nostro prodotto mediale.

Qual è il dilemma proposto dagli sceneggiatori? «Nulla che sia grande entra nella vita dei mortali senza una maledizione»: è la citazione di Sofocle con cui inizia il film e che condensa il dilemma: i social sono una maledizione?

Ci troviamo in un contesto storico dove i pochi creativi ed esperti di tecnologia e programmazione della silicon valley hanno la possibilità di controllare pensieri, azioni e il modo di vita di milioni di persone. Questo ha implicazioni e genera – come si può vedere sul sito ufficiale del docudrama – altri tre dilemmi su cui si snoda il documentario: sulla salute mentale, sulla democrazia e sui processi discriminatori attuali. Uno studio su 5.000 persone ha mostrato che il tempo di utilizzo sei social media è correlato al calo della soddisfazione di vita; nel 2019 il New York Times afferma che il numero di Paesi con campagne di disinformazione politica è raddoppiato in due anni. Un rapporto interno di Facebook del 2018 rivela che il 64% di persone che si sono iscritte a gruppi estremisti lo ha fatto perché guidato dagli algoritmi. 

La portata di queste tematiche allora riguarda il futuro dell’umanità e accende i riflettori sulla necessità di un cambio di paradigma di un sistema economico in cui la “religione” del profitto, dopo aver generato l’emergenza climatica, rischia di distruggere l’umano. Con i dati raccolti dai nostri dispositivi si genera ricchezza per pochi e i dati sono il nuovo petrolio.

Attenzione però, noi siamo il terreno che lo fornisce. Possiamo disquisire sul fatto che the social dilemma alimenti i meccanismi che denuncia. È, infatti, un prodotto distribuito su una piattaforma digitale, ed ogni visione ne alimenta l’algoritmo. Questo è l’aspetto più criticato. La validità e la veridicità dei contenuti, infatti, non può essere messa in discussione sia per le fonti che per il cast di eccellenza. Allora, che fare? Qualche suggerimento arriva alla fine del documentario. Se la visione non vi ha lasciati abbastanza inquieti, si consiglia la lettura del testo Il capitalismo della sorveglianza di una delle protagoniste, la sociologa Shoshana Zubboff.

 

Se insieme ad una certa inquietudine o magari sensazione di fatalismo rimane spazio e tempo per riflettere, consigliamo di visionare questo link . Se lo hai visionato forse hai contribuito ad alimentare un algoritmo, o forse hai cominciato a pensare al fatto che ne puoi parlare di presenza con i tuoi amici o con il gruppo di ragazzi che segui. Allora, se l’algoritmo contribuisce a riportarti in presenza e in dialogo, forse gli hai permesso di fare un buon lavoro e non gli hai consentito di tenerti inchiodato inerte da solo su uno schermo. Provocazione a parte, il sito ufficiale contiene una proposta d’azione interessante articolata intorno al concetto della condivisione con proposta di conversazione e di approfondimento; di consigli pratici per controllare il tempo di utilizzo dello schermo; e di suggerimenti per rendere il sistema più umano.

Buona visione.

23 ottobre 2020
AREA-
La
di Brice Ulrich Afferi
Si chiama FOMO la paura di essere tagliati fuori. È uno dei modi attraverso la dipendenza dai social network colpisce soprattutto i giovani
8 giu 2020
Chi sono io? Me lo dice instagram
di Anatolii MAKARA
L'utilizzo dei social network è parte fondamentale nella costruzione dell'identità dei giovani. Ecco i pro e i contro
7 giu 2020
Finsta: l'account falso ma reale. Che ci difende meno di quello che pensiamo
di Celine Rajendran Thimena
I giovani creano account falsi su Instagram per esprimersi liberamente, senza preoccupazioni. Ma ci sono comunque almeno due rischi
6 giu 2020
i