giovedì 24 giugno 2021
Se sei donna, il mestiere di giornalista è più pericoloso
di Guy Ntanda Mulaisa
Un rapporto di Reporters Sans Frontières certifica la portata del sessismo in ambito giornalistico e le sue conseguenze
28 maggio 2021

Il fenomeno del sessismo è diffuso non solo nelle tradizionali aree di reporting o nelle nuove aree virtuali di Internet e dei social network, ma anche in luoghi dove le donne dovrebbero essere al sicuro, ossia nelle loro sale stampa. Reporters Sans Frontières (RSF) ha pubblicato lunedì 8 marzo un rapporto, intitolato "Giornalismo e sessismo" che illustra la portata del sessismo nell’ambito giornalistico e le sue numerose conseguenze sulle donne giornaliste e sulla libertà di stampa.

Questo rapporto inquietante, pubblicato in occasione della Giornata internazionale dei diritti delle donne, si basa su un sondaggio condotto da RSF in 112 paesi. L'organizzazione ha intervistato i suoi corrispondenti e alcuni giornalisti specializzati in questioni di genere per identificare, qualunque sia la loro natura, gli atti sessisti che le giornaliste devono affrontare: discriminazioni, insulti, molestie sessuali, palpeggiamenti, attacchi verbali e fisici di natura sessuale, minacce e persino atti di stupro. Le prove sono schiaccianti: «essere una donna giornalista significa spesso correre un doppio rischio, oltre ai pericoli inerenti alla professione, significa essere esposti alla violenza sessista o sessuale.»

 

I LUOGHI DELLE MOLESTIE. Le violenze avvengono quasi ovunque, a partire da Internet e dai social network, citati dal 73% degli intervistati. Ci sono innumerevoli casi di donne giornaliste molestate in rete, come l'editorialista e investigatrice indiana Rana Ayyub, che, oltre a ricevere minacce quotidiane di stupro e di morte ed essere sottoposta a un'ondata di odio sui social network, è stata vittima di un furto d'identità. Ma anche negli stadi (36%), come in Brasile, dove le giornaliste hanno lanciato una campagna contro i tifosi di calcio che tentavano di baciarle senza il loro consenso, oppure in Italia dove la giornalista Diletta Leotta ha vissuto un momento spiacevole allo stadio San Paolo di Napoli, quando una parte della folla ha gridato cori sessisti contro di lei. E anche sul posto di lavoro (58%), come rivela il film documentario: Je ne suis pas une salope, Je suis journaliste di Marie Portolano, o come spiega la giornalista dell’Ortb Angela Kpeidja attraverso la sua toccante testimonianza. 

 

GLI STIGMI E GLI STEREOTIPI. Oltre alla problematica appena trattata, c'è anche il problema della stigmatizzazione e degli stereotipi delle donne in molti paesi africani, soprattutto nella regione dei Grandi Laghi. In queste regioni, a dire della giornalista congolese Sandra Safi Bashengezi, la cultura locale insegna ai cittadini che la piazza pubblica non è per le donne, le quali, dunque, non dovrebbero essere giornaliste. Le donne giornaliste, infatti, sono guardate dall'alto in basso, perché non sono tradizionalmente femminili e a volte sono percepite come promiscue a causa della necessità di essere sotto gli occhi di tutti.

 

Dall’esplosione dei movimenti #MeToo e #BalanceTonPorc, la perseverante insistenza delle mobilitazioni femministe ha contribuito notevolmente a mettere la violenza sessista e sessuale nell'agenda dei media. Si possono notare dei progressi, sia nel trattamento di questo fenomeno da un punto di vista strutturale, sia nella tutela delle donne sul posto di lavoro in redazione (anch'esse notevolmente interessate). Ma molto resta ancora da fare, soprattutto in alcuni paesi africani dove la più grande sfida al successo delle donne rimane la disuguaglianza di genere culturalmente radicata. 

 

 

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