giovedì 2 aprile 2020
Diario di bordo: destinazione Mozambico. Due
di Rita Dal Canto
Un viaggio di quindici giorni a Mafuiane, un villaggio del Mozambico, nel continente africano. Cronaca di una volontaria con il mal d'Africa

Esco dall’aeroporto con ciabattine e maglia a maniche corte.

Pelle d’oca, non solo per l’euforica sensazione di “we did it!” tipica di un lungo viaggio, ma soprattutto in senso letterale. Borbotto tra me e me. A luglio, fa freddo.

A luglio fa freddo, serve un maglione. A luglio fa freddo, serve un maglione e questo è perfettamente normale se sei in Africa, visto che in questo periodo è inverno; se solo potessi aprire la valigia per un attimo… Mi trattengo dal non imprecare in aramaico contro la mia sbadataggine e osservo con occhioni spalancati, a metà tra meraviglia ed adulazione, i ragazzi di Mafuiane che sono venuti a prenderci, sbracciati e per nulla infastiditi dal tempo incerto.

Per arrivare dall’aeroporto di Maputo fino a Mafuiane, passando per la periferia, saliamo con le valigie su un camioncino. Questo mezzo ha visto sicuramente tempi migliori, e le  auto parcheggiate nelle vicinanze non sono da men moltissimi modelli spuntano fuori dal cassetto dei ricordi d’infanzia, quasi a pavoneggiarsi dei graffi e delle ammaccature davanti agli sparuti autoveicoli di stampo più recente.

Intorno all’aeroporto, il nulla. Il bianco della vettura si staglia in un orizzonte di terra rossa.

Arriviamo al “barrio”, la periferia della capitale. Baraccopoli immense, fatte di fango e paglia, sono nascoste dietro muri alti e rinforzati in alto da spunzoni e filo spinato, abbelliti da disegni. All’inizio faccio fatica a capire che disegni siano, ma quando ci avviciniamo è tutto più chiar si tratta di pubblicità verniciate sopra mattoni impastati con fango e gesso. Le pubblicità diventano sempre più riconoscibili: Coca-cola, Vodacom (la Vodafone africana), Fanta; molti marchi riconosciuti in tutto il mondo troneggiano vistosi sulla miseria, come se fossero i veri testimoni di questo scempio all’umanità. Spot a colori e persone in bianco e nero.

Accanto alle baracche, case in muratura, con dettagli in vetro ed acciaio, lussuosissime. Il confine tra povertà e ricchezza delimita la zona come in un far west, un confine sottile e dolorosissimo da vedere per noi occidentali. Ti viene voglia di fermarti, aspettare che questi muri crollino come sabbia, immaginando che come per magia gli ammassi di fango si trasformino in prati.

Il viaggio prosegue ai bordi della periferia. Si intravedono dal finestrino bancarelle improvvisate, dove persone vendono frutta e carne per terra, e clacson improvvisati provengono da apini blu, gli autobus pubblici di qui, stracolmi di visi sorridenti, dieci o forse venti espressioni diverse che ci salutano mentre ci avvolge il fumo schizzato e veloce dei tubi di scappamento. Andiamo piano, ma alla fine un bucherellato ed arrugginito cartello bianco ci spiazza: Mafuiane. Meta raggiunta.

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