giovedì 9 luglio 2020
Voglio un lavoro. E una storia da raccontare
di Matteo Angioni
Intervista ad Alessia, che cercando un lavoro ha girato mezza Europa, accumulando esperienza e frustrazione. Ma senza perdere la voglia di mettersi in gioco

Alessia, trent’anni, disoccupata, parla tre lingue ed è laureata in Comunicazione. La storia di una ragazza pugliese che ha viaggiato in lungo e largo per l’ Europa in cerca di lavoro ed ora sta per partire per l’Australia in cerca di fortuna.


Cosa ti spinge a cercare lavoro fuori dall’Italia?

«La situazione qui non mi pare delle migliori, non ho avuto molta fortuna per il lavoro in Italia. In realtà devo ammettere che ho sempre cercato maggiormente all'estero».


Perché non hai cercato lavoro in Italia?

«Vengo da un piccolo paese della Puglia dove non c'è lavoro, andare nelle grandi città come Roma e Milano ha un costo elevato. Ho fatto l’Erasmus a Bilbao nel 2007 per otto mesi, ed ho pensato che fosse un'esperienza interessante cercare lavoro all'estero, imparare una nuova lingua e stare in un ambiente culturale diverso».


Cosa hai fatto in Spagna?

« Ho continuato i miei studi in Comunicazione e durante ho sostenuto quattro esami all'Università in Spagnolo, una lingua che non avevo mai studiato prima. Nel tempo extra ho imparato la lingua, conosciuto nuove culture, e amici da tutta Europa che conservo tutt'ora».


Dopo la laurea come hai cercato lavoro?

«Ho fatto piccole cose. Sono andata a lavorare sulle navi da crociera e dopo ho cercato un modo per tornare all'estero. È così che ho trovato il progetto Leonardo, che è finanziato dall’ Unione Europea e mi ha permesso di lavorare come tirocinante quattro mesi a Malta nel 2009. Durante il tirocinio, mi occupavo di montare video per una casa di produzione televisiva. Le agevolazioni con questo progetto erano diverse: mi veniva pagato l’affitto della casa e le spese delle utenze, per il periodo che sono rimasta sull’isola mi veniva garantito un rimborso spese minimo e mi sono state rimborsaste le spese relative al viaggio».


E dopo il tirocinio, ti hanno assunta?

« Le aziende che operano in convenzione con il progetto Leonardo, a meno che non trovino qualche genio, continuano a prendere nuovi tirocinanti, normalmente neo laureati, perché così facendo risparmiano sui costi del personale. Dei quaranta ragazzi che sono partiti con me, nessuno è rimasto a lavorare sull’isola».


Dopo Malta che hai fatto?

«Sono tornata in Italia, ho provato a cercare un lavoro - che non ho trovato - e successivamente sono riuscita a scovare un altro tirocinio a Madrid, da novembre 2009 a maggio 2010. Questa volta con una agenzia interinale e ho pagato per farmi trovare lavoro».


E come è andata a finire questa volta?

«L'associazione con la quale sono entrata in contatto era Italiana, e mi hanno trovato lavoro solo dopo il pagamento di 600 euro. Il tirocinio doveva durare otto mesi, ma mi hanno mandato via dopo quattro, perché non mi ritenevano idonea. Ero Community manager junior, e mi occupavo di social network e pubblicità. Mi pagavano 400 euro a nero, ma dovevo pagare 370€ di affitto, dunque mi rimaneva poco ed ero costretta, per andare avanti, a fare la giornalista per un blog italiano. Dopo il tirocinio sono rimasta in Spagna ancora qualche mese, ma non avendo trovato niente sono dovuta tornare in Italia. Sono tornata a casa dai miei genitori per sei mesi».


E dopo che hai deciso di fare?

«Per fortuna ho trovato un altro progetto europeo, lo Sve (Servizio di volontariato Europeo). Questo consisteva nel lavorare in un centro di formazione creativo in Inghilterra, dedicato ai ragazzi che avevano abbandonato la scuola. Ho lavorato nel centro un anno, fino a ottobre 2011. Insegnavo tecniche multimediali ai ragazzi. Materie che a scuola non avrebbero potuto imparare, come grafica, musica e televisione. Dopo sono tornata un’altra volta in Italia».


Insomma, vai e torni dal Bel Paese?

«Questa volta sono rimasta solo qualche mese in Italia, poi grazie ad un amico, che avevo conosciuto in Inghilterra, mi sono trasferita a Barcellona. Sono rimasta per due anni e ho fatto un po' di tutto. In realtà pensavo che il mio amico mi potesse aiutare anche a livello lavorativo, ma questo aiuto non è arrivato. Dunque ho fatto un sacco di lavori: lezioni di lingua a domicilio, la hostess sui treni, traduzioni e infine segretaria. Tutti lavori di pochi mesi, talvolta mal retribuiti. L'ultimo anno, con un amico, abbiamo creato un'associazione che si occupava di mobilità internazionale. La società esiste ancora, ma, presto ci siamo resi conto che i ricavi non erano sufficienti, al punto che non riuscivo nemmeno a pagarmi l'affitto. I miei soci continuano ancora questa attività in Spagna, ma entrambi vivono ancora a casa con i genitori».


E quindi?

«Sono tornata in Italia, ed è un anno e mezzo che sono disoccupata in Puglia».


Non ti sei iscritta in un ufficio di collocamento?

«Non rientro nel progetto “Garanzia giovani” per via dell'età, ho compiuto trent’anni e quindi ho poche possibilità. Qui in Puglia c'è poco lavoro, si vive di turismo, ristorazione. Tutti i giovani che conosco lavorano nei call-center; ho provato a fare anche qualche colloquio, ma non mi hanno mai assunta. Saranno probabilmente rimasti spaventati dalla mia eccessiva mobilità internazionale».


Ed ora che farai?

«Pianifico la mia partenza per l’ Australia, come tanti giovani Italiani».


Emigri come nel dopo guerra?

«Non la voglio mettere sotto questo piano: chi non si accontenta di lavorare in Italia (a nero e sottopagato) merita di trovare un po' di legalità».


In Italia per te non c'è la legalità?

«Qui al sud, nel mondo del lavoro, no. Cerco giustizia, meritocrazia, voglio che mi si paghi per quello che faccio. Non voglio lavorare gratis o essere costretta dal datore di lavoro ad aprire una partita iva, perché così “costo” meno».


In Australia c’è la meritocrazia?

«Così dicono. Ho parlato con parecchia gente che è stata lì: non tutti sono stati bene, ma nessuno si è lamentato dell'organizzazione delle istituzioni. Qui in Italia per prenotare una visita specialistica è necessario aspettare mesi, lì funziona tutto più velocemente».


Quindi fuggi dall’Italia per la troppa burocrazia?

«Anche, ma è un insieme di cose che mi spinge a farlo. Lo faccio sopratutto per una esperienza nuova: qui non si muove niente e, se devo stare con le mani in mano, preferisco correre un rischio e fare qualcosa. L' Europa, dopo tutte le mie esperienze, l’ho girata in lungo e in largo. Ora vorrei qualcosa di più “forte”. Sono appena riuscita ad ottenere il visto per l’Australia, che è valido fino al compimento del trentunesimo anno di età. Questo visto mi darà la possibilità di lavorare con uno stesso datore di lavoro solo sei mesi. Successivamente potrò decidere di lavorare con un altro datore di lavoro per altri sei mesi».


Che rischi corri partendo in Australia?

«Non è facile andare dall'altra parte del mondo, solo il biglietto di andata costa più di 600 € e rischio davvero di perdere tutti i miei risparmi. Devo trovare un lavoro subito e rischio di fare dei lavori “umili”, che in Italia non farei come lavorare in campagna, fare il lavapiatti o il cameriere».


E perché in Italia non fai questi lavori?

«Non ho paura di fare lavori umili. In Australia però devo sopravvivere e se parto è per cercare qualcosa di meglio. In Italia se fai il cameriere o lavori in campagna vieni pagato in nero. Ed è per questo che non voglio lavorare a queste condizioni. In Australia invece anche per i lavori più “umili” vengono previsti i contributi e l’assicurazione. Vivendo in Australia avrò la possibilità di portare il mio curriculum alle grandi aziende, e spero di trovare qualche lavoro maggiormente conforme a quello per cui ho studiato».


Quando partirai e come intendi muoverti appena arrivata?

«Partirò a fine giugno e sinceramente non ho organizzato niente. Non mi faccio intimorire: cercherò un ostello Sidney e dopo non so’ ancora che farò. A me piace conoscere i posti vivendoli, mi ispira conoscere un luogo così nuovo e selvaggio rispetto a noi e alla nostra cultura».


Dunque ti affascina l’ignoto?

«Assolutamente si, perché tutte le cose che mi fanno paura mi fanno sentire viva. Stando a casa non ci sono sorprese. Vivi, lasci passare i giorni e finisci per non avere nulla da raccontare».


Vuoi una storia da raccontare?

«Sì, mi piace vivere non sopravvivere, non penso di poter vivere per lavorare o per i soldi. Il lavoro mi serve per potermi mantenere nella mia vita come voglio io. Se poi è il lavoro della mia vita o meno, per me è indifferente. Non perderei la mia vita per la carriera».


Come vedi la tua vita?

«Come un percorso o un viaggio, dove anche il lavoro può benissimo cambiare. Se ne possono fare tanti, piccoli o lunghi, più qualificanti o meno. L'importante per me è che mi diano da mangiare, niente di più. Non mi faccio problemi sul “costruire”. Tutti mi dicono che a trent'anni dovrei avere una carriera, io ormai non penso più a queste paranoie».


Cosa diresti ad un italiano che vuole partire come te?

«Non avere paura di rischiare, perché rischiare è importante. Perché chi non gioca non vince».


Dunque giochi tutto? Senza riserve?

«Gioco d’azzardo, sempre».

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