lunedì 25 marzo 2019
Colombia. Una pace imperfetta è meglio di una guerra perfetta
di Jeison Andrey Salguero Roa
I recenti accordi di pace sono stati una svolta fondamentale, ma il vero lavoro - costruire giustizia sociale - comincia adesso. Intervista con Mons. Luis Augusto Castro

La Colombia - dopo a 50 anni di guerra, morte e conflitto interno tra il governo e le Farc (Fuerzas Armadas Revolucionarias de Colombia) - si avvicina la luce della pace, grazie al processo di negoziazione che si è svolto a Cuba. Per caprie meglio il processo di pacificazione, abbiamo intervistato monsignor Luis Augusto Castro, Presidente della conferenza episcopale colombiana. La massima autorità della Chiesa cattolica di Colombia, Monsignor Castro, è un uomo che ha dedicato gran parte della sua vita alla ricerca della pace. Con la certezza che l’uscita dal conflitto deve essere negoziata.  

Il 24 di novembre del 2016 è stato firmato l’accordo di pace tra il governo e i guerriglieri delle Farc. Come ha ricevuto la notizia?

«Con molta gioia, però soprattutto con grande speranza. Perché l’importante non è che si finisca la guerra, che è il motivo per cui si lavora all’Avana. È decisivo quello che viene dopo, il dopo-conflitt costruire una Colombia nuova che modifichi gli errori che hanno originato il conflitto».  

Come definire l’accordo con le Farc?

«L’ONU ci ha invitato a tenere presenti diversi termini: “fare le paci”, fermare la guerra e costruire la pace. E molta gente pensa che quello che si è fatto all’Avana era costruire la pace, ma non è così. Quello che si è fatto lì è stato fermare la guerra, e adesso possiamo iniziare a costruire la pace. È come quando un contadino deve seminare di nuov per prima cosa deve dissodare la terra per prepararla e così poi si può seminare. È quello che ci aspetta adesso».  

Con l’accordo di pace possiamo dire che è finita la guerra?

«No, la pace inizia con la ricostruzione del Paese e la ricostruzione avverrà nel dopo-conflitto. Ci siamo concentrati sulla prima parte, che è fermare la guerra, e così non pensiamo alla seconda, che è la più importante: costruire questa nazione. Su questo ci dobbiamo impegnare tutti. Ci prenderà 10 o 15 anni, però sarà una fase di grande crescita».  

Nell’accordo sono state definite alcune zone in cui verranno raccolti i guerriglieri. C’è paura, nei campi dove staranno i guerriglieri?

«Quelli saranno luoghi ben protetti, in diversi modi. Ci saranno lì le Nazione Unite e diverse organizzazioni, che garantiranno la sicurezza per chi sta dentro e per chi sta fuori. Non è il caso di aver paura. È una cosa transitoria, non durerà anni (saranno 180 giorni). È un periodo transitorio per facilitare la consegna delle armi e la reintegrazione nella vita civile dei guerriglieri».  

Un’altra paura diffusa è che i guerriglieri prendano di nuovo le armi e migrino in altri gruppi armati.  

«Le Farc hanno una organizzazione gerarchica ben definita, con i capi definiti, che stano facendo pedagogia perché i guerriglieri capiscano il compromesso che stano assumendo. E se qualcuno dei guerriglieri passa ad un altro gruppo armato, come per esempio le “Bacrim”, non sarà più un ex-guerrigliero, ma un delinquente e basta, e dovrà pagare come un delinquente».

Gli oppositori del processo di pace criticano e dicono che ci sarà la pace pero grazie all’impunità. Come risponderli?

«È una delle accuse più false che si possano fare al processo. Il processo giuridico è stato lodato a livello internazionale, perché dà a ogni guerrigliero la possibilità di dire la verità. Dire la verità può portare a ottenere benefici, però comporta anche conseguenze. E ci sarà il processo giudiziario. Chi non dirà la verità o mentirà, sentirà il peso della legge.  Naturalmente quelli che hanno commesso crimini atroci, non avranno l’amnistia. Quindi, dov’è l’impunità? Ci sarà un tribunale di giustizia con giudici di alto livello e garantirà che non ci sia impunità».  

E quali sono le sfide del post-conflitto?

«Perché la pace sia sostenibile si deve comprendere che c’è bisogno di una politica includente, che dia a tutti la possibilità di parlare e partecipare.  La Colombia non ha una economia solidale: c’è un’economia che dà benefici soltanto a pochi. Costruire una economia solidale è una delle sfide più importanti per costruire una Colombia nuova, che deve pensare a più del 52 per cento del territorio, abbandonato negli anni di guerra».  

Quali sono le sfide sul piano sociale?

«Il senso della fine del conflitt è che la giustizia sociale arrivi per tutti, che non ci siano colombiani di seconda e terza categoria, anzi che tutti abbiano l’opportunità di crescere in libertà, di formarsi e di vivere sanamente».    

Qual è il ruolo della Chiesa nel post-conflitto?

«Si deve lavorare in termini di riconciliazione, perdono, tolleranza. Se continuiamo nella logica dell’occhio per occhio e dente per dente, torneremo alla guerra. Si deve accettare chi è differente, diverso. L’orizzonte è buio quando la testa è ben educata ma non si coltiva il cuore, non si insegna a vivere, a perdonare, a compartire, e questo è importante per costruire una nazione nuova. Questo mi sembra deve essere il lavoro della chiesa: lavorare nel campo dell’educazione».  

Come fronteggiare le difficoltà che sorgeranno?

«La pace si sta gestendo. Potrebbe andare meglio, senza dubbio. Non sarà una pace perfetta, però è sicuramente meglio di una guerra perfetta».

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