giovedì 21 febbraio 2019
Facevo giornalismo d'inchiesta, ho dovuto scappare. Ma ne valeva la pena
di Gideon Ombaba Ombwori
Intervista con John Mwangi, arrestato e minacciato per le sue inchieste sul traffico di armi e di droga in Kenya ed ora rifugiato in Italia

È un informatico e giornalista d'inchiesta, minacciato e costretto a lasciare il suo Paese a causa delle sue indagini sul commercio delle armi e della droga in Kenya, un traffico che coinvolge politici e altri personaggi potenti. Si chiama John Mwangi è nato nel 1978 ed è un richiedente asilo, in Italia da dieci anni. Attualmente studia Comunicazione Sociale all'Università  Pontificia Salesiana.


Quando hai iniziato a fare giornalismo d'inchiesta?

«Nel 2005, dopo un breve periodo di formazione, essendo già  ben formato e avendo la capacità  di scovare informazioni secretate, che hanno sempre aiutato la redazione a fare il punto su tante altre inchieste».

Di che cosa si occupavano le sue inchieste?

«Soprattutto del traffico di armi e di droga. Una cosa che mi ha portato fino al confine con la Somalia, sulla via delle armi: un lungo viaggio e una storia che coinvolgeva anche molti personaggi, che allora avevano incarichi di governo».

Quali sono state le difficoltà  in questo lavoro?

«Le difficoltà  nello svolgere il lavoro d'inchiesta in un Paese poco democratico come il Kenya sono state tantissime: prima di tutto i mezzi per fare un inchiesta non ci sono, in secondo luogo esiste una classe politica intoccabile, quindi fare apparire il nome di un politico in un'inchiesta vuol dire rischiare di essere ucciso o finire in galera. Non ci sono delle leggi che proteggono i giornalisti che fanno un lavoro così duro e pericoloso: questo è stato anche un altro problema».

Sei mai stato arrestato?

«Si, sono stato arrestato ben due volte, ma la prima volta sono stato in galera solo per una settimana, con l'accusa di possesso di materiali dello Stato (erano documenti che avevo acquisito in originale). La seconda volta è stato durante il viaggio verso il confine con la Somalia: l'accusa era che la macchina in cui viaggiavamo non era in regola e di possesso di armi e terrorismo. È stato molto difficile spiegare che era tutto per il mio lavoro d'inchiesta».

Quale è stata la reazione della tua famiglia considerando il rischio di questo lavoro?

«Mia madre mi ha sempre pregato di smettere di fare questo lavoro di giornalista così pericoloso e di andare avanti con il mio lavoro precedente, di informatico. Non era facile per me smettere, davanti a minacce che io definisco crimini organizzati».

Sei stato minacciato?

«Si, sono stato minacciato varie volte da persone sconosciute, e anche la mia famiglia ènstata minacciata, ma non vedevo abbastanza pericolo da smettere di raccontare la mia passione, l'investigazione, e quindi ho continuato a lavorare, fin quando le cose hanno presso una piega diversa: ero sempre seguito da persone sconosciute, al punto di essere costretto a trasferirmi, quando mi hanno bruciato la casa, per fortuna senza gravi conseguenze».

Ti senti soddisfatto di questo lavoro?

«Avendo raggiunto i miei obiettivi facendo il lavoro che a me piaceva tanto, penso di avere avuto molte soddisfazioni. Sono finito in galera, anche con altre persone, a causa delle mie inchieste, ma molto è cambiato, prima che mi chiudessero la bocca».

Qual è il consiglio che puoi dare alle persone che forse stanno studiando per fare giornalismo d'inchiesta?

«Il mio consiglio è semplice: essere rigorosi e non farsi intimidire da nessuno. Questo è un lavoro che chiede molta pazienza, per raggiungere l'obiettivo».

Dieci anni in Italia. Ti trovi bene qui? Non ritornerai mai in Kenya?

«Mi trovo molto bene e qui mi sento a casa. L'Italia mi ha dato accoglienza e mi ha fatto di sentire uno di loro, sotto la protezione internazionale. Ma tornerò in Kenya, soprattutto per far conoscere a mio figlio la terra dove ho combattuto per migliorare il paese».

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