martedì 16 luglio 2019
La partita di Max, che perde sempre. O forse no
di Andrea Santoni
Finire al tappeto non è solamente una sconfitta, ma un'attitudine, una consuetudine a cui abituarsi per rialzarsi sempre più forte

La sfida di questo Natale era sicuramente suggestiva, affascinante per certi versi. Passare del tempo con una persona qualsiasi, farsi raccontare le sue idee, la sua storia, i suoi pensieri. Donarle un panettone come simbolo di gratitudine e affetto per il tempo trascorso insieme, nonostante la fretta e gli impegni che di solito affollano le nostre giornate. La sfida di questo Natale era staccare l'orologio, spegnere se stessi, valorizzare la condivisione, l'ascolto.

La mia sfida è la storia di un uomo, intensa, forte come il suo carattere mai domo alle sconfitte e alle ingiustizie. Non potrò svelare il suo nome per motivi di privacy. Racconterò la storia come se fosse lui a scrivere qui sul mio computer.

 

Ciao, sono Max, ho 63 anni, non mi va di stare a dirvi se questi anni me li porto male o bene, posso però dirvi che giovane non mi sono mai sentito, nemmeno quando bazzicavo a 10 anni  per le strade della Magliana, il mio quartiere, la casa dei miei genitori e dei miei nonni. Proprio per questo mio lato esuberante, ero spesso vittima di grandi sberle da parte di mio padre, che non aveva mai le parole giuste per affrontarmi, così come i miei insegnanti di scuola, i quali tra punizioni, richiami ed espulsioni si arresero presto al mio difficile carattere. Io mi arresi sin da subito, non volevo affatto cambiare, mi sembrava una forzatura, come quella di mettere i vestitini invernali ai cani.

"Finirai a fare il Barbone Max" mi dicevano in molti, forse avevano ragione, ero molto ingestibile da ragazzo, lo testimoniano il fatto che a scuola a stento finii le medie e che al lavoro non durassi più di due settimane.

 

Un pugile al mercato. Le soluzioni però sono dietro l'angolo, bastò una scazzottata in un mercato in cui lavoravo, per poter cambiare il mio percorso. Bastò un gancio ben assestato al mio principale per attirare le attenzioni dei carabinieri, ma soprattutto di un signore intorno alla cinquantina. Proprio questo strano individuo mi portò via dai guai giudiziari e mi prese sotto la sua ala protettiva della sua palestra.

Il pugilato non mi aveva mai attratto, ero un patito del calcio, della squadra della mia città, la Roma, non avrei mai pensato ad una carriera da pugile. I primi mesi furono atroci, allenamenti massacranti, sudore e soprattutto tanto sangue. Furono tanti i pugni che incassai in allenamento, senza mai combattere un vero incontro. Tornavo a casa talmente tanto gonfio in volto, che mia madre la sera piangeva, pensando chissà quali affari maldestri combinassi.

Il mio viso cicatrizzò le ferite, così come la mia anima e cominciai a combattere sul serio, improvvisamente ero su vari ring della città. Nell'arco di due mesi sfidai ben dieci avversari, sotto un ritmo forsennato e agguerrito. Non sentivo il dolore, fatica, il mio viso e la mia testa attutivano le botte, tutti erano sorpresi dalla mia capacità di incassare i colpi. "Testa di cemento" era il mio soprannome, un muro umano capace di vincere tutti gli incontri grazie alla grande capacità di incassare i colpi.

Tuttavia anche i grandi muri possono crollare in mille pezzi. Avevo appena 20 anni, ne erano passati appena quattro dall'inizio della mia carriera, i grandi manager cominciavano a interessarsi alla mia figura professionale. Bastò un pugno apparentemente debole per farmi chiudere gli occhi di colpo. Black out.

 

Vieni e cambiami la vita. Un mese parvero pochi secondi. Mi risvegliai su un letto di ospedale con il camice da notte e la testa pesante come un grande scatolone. Appena mi voltai al mio fianco c'era una donna mora, viso delicato e occhi marroni grandi come biglie. Eravamo solo io e lei, dopo molto imbarazzo mi raccontò tutto.

Ero finito in coma, il mio allenatore mi aveva abbandonato arrabbiato e deluso, il mio sfidante era stato fermato e selezionato dagli osservatori presenti durante il match. Lei mi aveva portato in ospedale e assistito insieme a mia madre. Era la donna delle pulizie di quel piccolo palazzetto.

Povera donna, non la trattai affatto bene, anzi la schernii pesantemente, credendo che fosse una bugiarda. Eccome se avesse ragione, quell'ipocrita del mio allenatore aveva un nuovo ragazzo, di me non aveva più bisogno. Non potevo più combattere, la mia testa non poteva più subire colpi, o altrimenti avrei rischiato il coma vegetativo. Mi scusai con la misteriosa donna, ero mortificato.

Mi accolse con il solito sorriso, cominciammo a frequentarci piano, piano, mentre io ero riuscito a trovare lavoro presso un mercato sull'Aurelia. Non ci dividemmo più, Anna diventò mia moglie nel 1978, avevo 23 anni e per me esisteva solo lei. Era semplicemente il motore di tutto. Dopo le nozze pensammo a mettere su famiglia ma anche lì la vita non fu generosa. Anna scoprì anni più tardi di essere sterile. Il verdetto mi uccise e mia moglie non riuscì mai a superare quella dura realtà. Il nostro rapporto rimase solido, ma Anna cominciò a deperire, a sfiorire, piano, piano, senza che io potessi realmente intervenire. Non mi rassegnai e feci tutto quello che potesse renderla felice e bella come prima. Andammo a miliardi di concerti di Renato Zero, benchè inizialmente lo odiassi, cominciai ad amarlo con tutto il cuore perché la rendeva felice e di nuovo gioiosa. Facemmo mille viaggi, a costo di non spendere nulla per me stesso durante l'anno. 

 

12 luglio 2005. Mia moglie è malata gravemente di leucemia. Possibilità di sopravvivenza critica. Questa volta sento il freddo del tappeto del ring sulla mia faccia, sento il dolore delle ossa spezzarsi. Sento il gelo dell'inverno dentro di me. Uscii di nuovo dal coma: mia moglie aveva bisogno di me, avevo una sfida da vincere, lei mi aveva salvato anni fa, ora toccava a me. Passammo anni duri, tra letto, ospedali, pianti. Non mi arresi, non l'ho mai fatto, nemmeno quando il suo volto era praticamente irriconoscibile. Per me era sempre la donna di cui mi ero follemente innamorato anni prima, la mia principessa, il mio match più bello di sempre. Viaggiammo lo stesso, andammo a Parigi. Nonostante non camminasse più, non scorderò mai i suoi sorrisi accesi. Non guardai la Torre Eiffel, la mia attrazione era vederla felice, nonostante tutto e tutti. Fu un'esperienza indimenticabile, quanto dolorosa per me.

 

31 ottobre 2016. Anna si spegne nella nostra casa, dopo giorni di lenta agonia, la peggior punizione per una donna che avrebbe meritato tutto l'opposto di quello che ha dovuto passare. Non vi racconterò della sua morte, non vi dirò dei funerali, di quanto ho maledetto Dio per una sorte così nera, che avrei voluto subire sulla mia pelle piuttosto che vederla marciare ininterrottamente su di lei.

Esistono solo le immagini di lei che si spazzola i folti capelli, la mattina dopo la nostra prima notte di nozze a Siracusa. Esistono solo le fossette che si formavano sul suo volto quando mi guardava il giorno del nostro matrimonio. Non mi sono rassegnato alla sua morte, è stato il K.O. finale, solo che questa volta non mi sarei mai più trovato Anna al fianco del letto. Non avrei trovato nessuno. Non erano più i pugni a martellarmi la testa, ma l'alcool e la solitudine.

 

Suona la campana. Un nuovo match. Sono passati due anni dalla morte di Anna e ogni anno che passa mi rendo conto che io e Dio non siamo poi così nemici. Credo che sia una sorta di amico fedele che non ho mai avuto modo di avere nella vita. L'ho insultato, imprecato, odiato, ma lui è stato sempre lì a rialzarmi la testa, talvolta bastonandomi come un cane, talvolta accarezzandomi come un figlio testardo. Nonostante tutto l'odio che gli ho scaraventato contro per la morte di Anna, non smetterò mai di ringraziarlo per aver permesso di farla entrare nella mia vita di colpo. Un dolce risveglio dopo uno dei tanti grandi K.O. della mia vita. Sono morto tante volte, ma alzarsi è la priorità, lo vorrebbe mia madre, mio padre e soprattutto Anna.

Lo vuole Stefano, un giovane di appena 16 anni, un ragazzo grintoso del mio quartiere, nella sua testa solo il pugilato e la voglia di portare la dua mamma lontano da una realtà nera. Stefano è da quattro mesi il mio allievo, il mio primo ragazzo, forse anche l'ultimo perché non ho alcun interesse verso una carriera del genere. Il ragazzo si farà, perché ha gli occhi di fuoco, ha più fame e coscienza di quella che avevo io alla sua età. Sono fiero che si fidi pienamente di me, sono di nuovo in gioco grazie a lui. Ho smesso di bere e la mia vita è di nuovo in partita. Obiettivo? Portare il ragazzo ai campionati nazionali. Poco importa se dovessi cadere di nuovo, perdendo l'ennesima partita. Finché sarò in vita, continuerò a rialzarmi all'infinito. Mi risveglierei di nuovo nel letto, dove ad aspettarmi ci sarebbe Anna sorridente come un'eterna bimba.

 

«Non ho concesso il permesso di svelare il mio vero nome, perché ritengo che la storia sia più importante di sapere l'identità di chi realmente l'ha vissuta. Spero che chi la racconti possa emozionare. Mi affido a lui».

Buone Feste dalla Redazione di Young4Young.

 

 

 

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