martedì 25 giugno 2019
UNISAL: un nuovo indirizzo di studio e tante iniziative. Aria di novità a Scienze della Comunicazione
di Guy Ntanda Mulaisa
Intervista con il decano Fabio Pasqualetti, che spiega il nuovo curriculum di Comunicazione Sociale, Media Digitali e Cultura e fa un bilancio degli ultimi mesi

Il 28 giugno 2018 il Gran Cancelliere dell’UPS e Rettor Maggiore dei Salesiani, Don Ángel Fernández Artime, ha nominato il professor Fabio Pasqualetti nuovo Decano della Facoltà di Scienze della Comunicazione Sociale, per il triennio 2018-2021.

 

Lei si trova già da alcuni mesi alla guida della Facoltà di Comunicazione Sociale. Quali sono le sue impressioni sull’inizio di questa nuova esperienza?

«Le impressioni sono positive. Certamente la valutazione sul rendimento di un’istituzione non può essere solo affidata al responsabile istituzionale. Abbiamo fissato vari appuntamenti di valutazione. Una prima l’abbiamo già fatta a febbraio con il collegio allargato e un’altra ci sarà a giugno. Tutti insieme si valuterà il rendimento. Noi dobbiamo tenere presenti due aspetti: lo studio, che deve essere considerato nella componente didattica e nell’impegno degli studenti e docenti; poi l’aspetto promozionale della facoltà, fatto attraverso le proposte culturali, per impegnare gli studenti in esperienze diverse pin modo che acquisiscano la coscienza della complessità della comunicazione. Per questo valuteremo i risultati di quest’anno a giugno, quando faremo il collegio allargato.»

Da quando è diventato decano quale è stato il problema che l’ha impegnato di più?

 «Il rinnovo del curriculum, che adesso sta prendendo forma: questa decisamente è stata la parte più impegnativa e più sfidante, tanto più che la sfida rimane anche per l’anno prossimo. Partirà l’anno prossimo la nuova proposta culturale. Speriamo di riuscire a coinvolgere un maggiore numero di studenti e di portare avanti con tutti questa nuova proposta.» 

Cos’è questa nuova proposta culturale?

«La nuova proposta culturale prende in considerazione tutta la nuova sfida del digitale, per noi che trent’anni fa siamo nati, ovviamente, in un contesto analogico. Credo che all’inizio siano state fatte delle buone scelte, che già ci caratterizzavano per l’orientamento alla riflessione sulla comunicazione. Avevamo tre indirizzi: Ricerca, Giornalismo ed editoria, Media per la comunità. Soprattutto quest'ultima scelta, media per la comunità, si situava nel contesto territoriale del sociale che adesso è stato ripreso. Oggi c’è bisogno di gente che sia esperta nei linguaggi della comunicazione, ma veicolati attraverso la rete. Tutta l’informazione, tutta la parte comunicativa avviene sulla rete e la rete è l’habitat comunicativo oggi per tutti. E quindi è importante che questa rivoluzione, sia recepita e che si dia la possibilità agli studenti di acquisire abilità sufficienti per gestire l’informazione. Lo stesso ruolo del giornalista è cambiato. Non è più colui che semplicemente scrive, ma colui che scrive anche in vari formati digitali. Per tutto questo bisogna avere gli strumenti necessari. Ovviamente rimarrà la grande sfida di riflettere sul che cosa dire oggi, perché la tecnologia diventa sempre più complessa e, perciò, diventa difficile dire qualcosa di interessante.»

Come riesce a conciliare la funzione di decano e quella di professore?

«Dipende dai momenti. Ad esempio in questo ultimo periodo, in cui abbiamo avuto vari eventi, è stato un po’ difficile. L’insegnamento non si limita alle lezioni in sala, ma richiede anche di seguire gli studenti impegnati con le tesi, accompagnare i singoli studenti all’interno del corso, preparare le lezioni con aggiornamento costante. Come decano, inoltre, io sono anche impegnato con il consiglio universitario, con il consiglio della editrice LAS, con il senato accademico, oltre al consiglio del collegio della Facoltà, per cui si moltiplicano gli appuntamenti settimanali. Ogni settima, poi, ci sono gli imprevisti: persone che vogliono parlare, persone che vogliono conoscere la facoltà... Devo dire che si tratta di un ruolo che occupa a tempo pieno.»

Come vede il clima fra i professori e gli studenti, e viceversa?

«Come in ogni realtà ci sono alcune cose che mi sembra che siano iniziando funzionare, quindi c’è un buon clima. Certo ci sono alcuni momenti, in prossimità degli esami e delle scadenze, in cui si crea sempre un sempre pochino di tensione, un po' meno di disponibilità, un po' più di rigidezza... ma quello credo che sia normale.»

Come valuta la partecipazione degli studenti alle attività para-accademiche?

«Fino ad adesso gli studenti partecipano abbastanza, ovviamente non tutti. C’è sempre qualcuno che partecipa di più, qualcuno che si butta di più, qualcuno che si mette più in gioco; altri, invece, vivono l’esperienza in forma minimale; alcuni, poi, rimangono ai margini. Dipende molto dal carattere dei soggetti e dalla disponibilità a lasciarsi coinvolgere. Poi ci sono altre variabili che entrano in gioco. Ad esempio, abbiamo avuto alcuni eventi che erano posizionati male per la scelta della data, per cui non c’è stata una partecipazione all’altezza di quello che si sperava. Devo dire che sempre un gruppetto di studenti si è reso presente agli eventi della facoltà. Questa sarà una sfida da affrontare meglio: capire il perché alcuni studenti rimangono meno convolti. Credo, comunque, che si debba lasciare un certo spazio di libertà: le proposte culturali sono molte, per cui è impensabile pretendere che tutti aderiscano a tutto.»   

Sei mesi, certamente, non sono stati sufficienti per realizzare i suoi sogni e progetti per la crescita della facoltà. Quali sono quelli che si propone per il prossimo futuro?

«È molto importante convincersi che si tratta di sogni che non devono appartenere a uno solo, ma devono essere i sogni di una comunità educativa, formativa e comunicativa che si realizza. Devono, quindi, essere sogni condivisi, se possibile, da tutti. Stiamo cercando di costruire un ambiente dove, per prima cosa, gli studenti si appassionino per il mondo della comunicazione, studino, approfondiscano… Purtroppo c’è ancora molta superficialità! Anche i docenti devono fare, a loro volta, il loro dovere, in modo che riusciamo a stabilire un ponte con il territorio, con il sociale, e a dare voce a chiunque, in questo momento, abbia meno voce. Che possiamo recuperare quelle realtà che vengono di solito emarginate degli streaming e dal pensiero dominante. Credo, anche, che si possa realizzare il sogno che è il nostro carisma salesiano, di seguire le realtà dei giovani, poveri e abbandonati e fare in modo che esse abbiano un riflesso importante a livello del nostro pensiero di facoltà universitaria».       

 

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