venerdì 30 luglio 2021
Per Dio ho lasciato il mio fidanzato, ma sono felice
di Thi Dung Tran
Riconoscere la propria vocazione non è facile. La testimonianza di Melissa, postulante dell’Istituto delle suore Oblate di Maria Vergine di Fatima, a Roma.
13 maggio 2020

Domenica 3 maggio 2020. La Chiesa, famiglia di Dio, ha commemorato la 57a Giornata Mondiale di Preghiera per le Vocazioni. A colpo d’occhio la parola vocazione sembra conosciuta da tutti, eppure provando a pensarci veramente vengono dei dubbi. Per renderci più chiara questa realtà, abbiamo scelto di intervistare una giovane che ne ha fatto esperienza: Melissa, postulante dell’Istituto delle suore Oblate di Maria Vergine di Fatima, a Roma.

Melissa per te, cosa significa la parola vocazione?

«Per me la “vocazione” è un evento che ha dato una forma definita alla relazione già iniziata con il Signore; ha significato riconoscere, ad un certo punto della storia con Lui, una proposta di vita, che si incontrava con l’aspirazione di vita che avevo nel cuore».

Come hai capito che il Signore ti stava chiamando?

«Il Signore me l’ha fatto intuire con chiarezza ad un certo punto del nostro cammino di conoscenza; aveva iniziato a prepararmi attraverso un ritiro, intitolato “Apri gli occhi” (2014), dove per la prima volta ho riflettuto in modo consapevole sulla vocazione. In quel ritiro ho trovato il coraggio di mettere in discussione la relazione con il mio fidanzato, che durava da alcuni anni, e nella quale avvertivo una sensazione di insoddisfazione che non riuscivo a capire da dove venisse. Il passo importante, compiuto in questo ritiro, fu quello di accettare la possibilità che questo fidanzamento potesse essere un “Ismaele” e non un “Isacco”, cioè una relazione scelta da me, che portava alcuni frutti di bene, ma che non era la relazione, quella che Dio voleva veramente donarmi. Ci volle del tempo perché mi decidessi a lasciarlo; infatti volevo compiere il passo solo dopo aver visto con chiarezza il motivo per cui lasciarlo. Dopo una faticosa ricerca della motivazione, sentivo di doverlo lasciare anche senza averla ben chiara».

Secondo te, ci sono dei criteri per comprendere che una vocazione religiosa è autentica?

«Credo che per vocazione religiosa “autentica” si possa intendere una vocazione che si sperimenta venire dal Signore, che Lui sceglie di donare alla persona non per qualche prerogativa della persona; non è quindi tanto la corrispondenza della persona il criterio per discernere l’autenticità. Racconto quindi del cammino che io credo che il Signore mi abbia fatto compiere proprio a partire dall’evento della chiamata.

Una volta entrata in questo Istituto, il Signore mi ha dovuto insegnare una cosa fondamentale, che la mia chiamata non si poggiava su mie capacità o su alcune cose che voleva che compissi per Lui; e nel suo amore mi ha lasciato senza quelle cose che io ritenevo essenziali per un rapporto e servizio a Lui. Inoltre mi ha fatto fare esperienza della mia non-bravura (dei miei limiti, della mia debolezza e dei miei peccati) e, proprio questa è diventata l’occasione perché Lui si facesse vicino e mi facesse capire due cose importanti: che il suo amore per me non dipende dalla mia capacità di corrispondergli, e che il motivo della sua chiamata è gratuito, cioè sta solo nella sua volontà di condividermi questo progetto e non un altro. E questa sua proposta rimane fedele, cioè scopro che mi viene riproposta proprio quando faccio esperienza della mia pochezza».

Quando hai iniziato a pensare di bussare alla porta della vita religiosa? Perché hai scelto la congregazione delle Oblate di Maria Vergine di Fatima e non un’altra congregazione?

«Un giovedì sera del 2015 (anno del Giubileo straordinario dedicato alla misericordia e anno dedicato alla vita consacrata), quando nella Cappella universitaria, presso Tor Vergata, il Signore ha permesso che fossi presente al racconto vocazionale di alcune suore. Ricordo bene di aver ascoltato la prima testimonianza in modo distaccato, ne riconoscevo la bellezza, ma non mi sentivo interpellata. Quando invece ho ascoltato la seconda, quella di una suora Oblata di Maria Vergine di Fatima, mi commossi molto e intuìi che quanto diceva lei era vero anche per me. Fu in quell’occasione che il Signore, per la prima volta e in quel modo, mi donò di intuire quale fosse la strada voluta per me; mi dissi che volevo diventare suora.

Incontrai le Oblate di Maria Vergine di Fatima quando ricevetti un giorno l’invito di fermarmi alla “scuola di preghiera”, e pur non sapendo cosa fosse decisi di andare. Fu così che conobbi e iniziai a frequentare queste suore; oggi lo considero come un incontro provvidenziale, attraverso il quale il Signore mi è venuto incontro. All’inizio ero affascinata dal loro modo di parlare di ciò che riguarda Gesù, sua Madre e il modo di stare con lui; e il colore del loro abito, blu; mi sembravano molto belle».

 Quali sono i tuoi progetti e quali sono le tue paure?

«I progetti che io ho si sposano con le preferenze della mia persona; poter aiutare, con quello che sono e divento, tante persone a risollevarsi dalle situazioni di povertà che vivono, specie dalle povertà morali e spirituali. Dunque la paura è quella di non riuscire a farlo, perché sperimento i miei limiti e giustamente, il limite importante della libertà dell’altro. La paura più profonda è di ridurre il mio rapporto col Signore alla riuscita di queste opere buone. Infatti apprendo in convento, che questa non è una logica cristiana; al Signore preme che io mi scopra e cresca in una relazione d’amore con Lui, nella quale possono fiorire anche queste relazioni d’aiuto. La paura, allora, è quella di non riuscire a lasciarmi convertire da questa logica che a volte prevale in me, ma ho fiducia che il Signore vi riesca perché sperimento con gioia che torna a correggermi con pazienza, tenacia e amore».

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