lunedì 6 luglio 2020
La nuova normalità in una visita medica
di Giulia Arpino
Una passeggiata e una visita medica ci fanno scoprire la nuova normalità. A cui dovremo abituarci.

ROMA, quartiere Delle Vittorie. Oggi è il 20 maggio, negli scorsi anni sarebbe stato un giorno come altri, ma nel 2020 non è così… Oggi rappresenta un giorno in cui la “nuova vita” si sta affacciando al mondo. Dopo più di 70 giorni in quarantena, dove siamo stati costretti a rimanere a casa, senza vedere nessuno-neanche i famigliari che non vivono con noi- bar, ristoranti, studi fisioterapici e medici, che hanno subito una chiusura forzata, hanno riaperto da un paio di giorni le loro frontiere al pubblico.

 

Sono le 14.30, esco dal portone del mio palazzo e mi dirigo verso lo studio medico per una visita dal dietista.I miei occhi vengono subito catturati da una situazione che non vedevo da parecchio tempo: le lucette del ristorante “Da Astolfo” sotto casa sono accese, fuori tre tavolini disposti lontano uno dall’altro, e tre persone - immagino dal modo di vestirsi che siano lavoratori - che mangiano tranquillamente con la mascherina abbassata. Poco più avanti, di fronte alla fermata dell’autobus, un piccolo bar che distribuisce caffè, solo in bicchierini di plastica e da un banco messo appositamente sull’uscita del locale per fare in modo che la gente non si fermi lì a consumare. Mi guardo intorno, ci faccio caso e penso “oggi non è una giornata come tante altre”: vedo un via vai di macchine e persone, la maggior parte indossa la mascherina, bambini che passeggiano con le mamme con in mano un cono gelato, continuo a camminare e noto un’aria diversa: c’è speranza e un po' di normalità finalmente è tornata.

 

Dopo circa un chilometro arrivo al portone del palazzo dello studio medico, citofono e mi chiedono nome e orario dell’appuntamento, pochi secondi dopo mi fanno entrare. Scendo le scale e arrivo alla loro porta: la segretaria mi sta aspettando all’entrata con in mano un dispositivo per controllare la temperatura, “36.5 puoi entrare”. Nella sala d’attesa siamo solo io e la segretaria, che mi invita a lavare le mani con il gel posto subito dopo la porta e mi presenta un foglio da compilare: è l’autodichiarazione per attestare che non sono malata di COVID… “Sono le nuove procedure” mi spiega la signorina.

In ogni parete dello studio sono appesi due avvisi che dicono: “è obbligatorio igienizzare le mani ed indossare la mascherina coprendo naso e bocca” e “mantenere la distanza minima di almeno un metro”; infatti, i posti dove sedersi nell’attesa sono ben segnati, uno ogni due sedie, ed è vietato stare vicini.

Mentre aspetto di essere visitata sento la segretaria parlare al telefono e chiedere aiuto a presunti colleghi su come prendere appuntamenti online e come fare le autodichiarazioni via email: non è abituata a tutta questa tecnologia.  

 

Poco dopo mi accoglie il medico: ha la mascherina, guanti e doppio camice e mi chiede gentilmente se può aprire un po' la finestra dato il caldo. “È difficile con tutte queste procedure, ad ogni appuntamento devo aspettare del tempo per lasciare gli strumenti ad igienizzare, mi devo cambiare camice e pulire tutta la stanza”, effettivamente intorno a me è tutto ricoperto di carta usa e getta. Mi visita, ovviamente cercando di evitare il più possibile il contatto, finisco e vado a pagare. Saluto, sia io che la segretaria ci laviamo le mani.

 

Il coronavirus ha travolto il nostro paese come fosse una guerra, adesso è giunto il momento di ricominciare. Dobbiamo abituarci a questa che è e che sarà, per un tempo indefinito, la nuova normalità.

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