lunedì 6 luglio 2020
I rider, fantasmi catarifrangenti in giro per la Roma segnata dal coronavirus
di Paolo Rosi
Una serata in giro con un “rider”, uno dei ragazzi che consegnano il cibo a domicilio con un grande zaino sulle spalle, una pedalata dopo l’altra...

“La tua sessione inizierà tra 15 minuti”. È la notifica pop-up che appare sullo smartphone del rider, il primo strumento indispensabile per questo lavoro. Quando arriva questo messaggio è giunto il momento di partire. Si prendono le ultime cose: le chiavi per il lucchetto della catena della bicicletta, l’immancabile smartphone, un powerbank, qualora la batteria del telefono non fosse sufficiente, i guanti e la mascherina (divenuti obbligatori durante l’epidemia per lo svolgimento dell’attività), scarpe comode, il grande zaino in spalla, e giù velocemente per le scale. Non bisogna fare tardi. Quest’azienda tollera un ritardo di 15 minuti, superati i quali il fattorino potrà comunque lavorare, ma nelle sue statistiche verrà conteggiata un’assenza.

 

Ormai le temperature sono più miti ed è più semplice iniziare il turno, ma d’inverno la faccenda è molto più complicata. Muoversi in bici con il freddo pungente richiede un abbigliamento più “studiato”. In genere ci si veste a strati, come consigliano le mamme, ma banalmente ci si copre il più possibile, cercando di rimanere comunque comodi. Quindi maglie termiche, felpe, k-way catarifrangente per evitare di non essere visti in strada e per affrontare le piogge improvvise, pantaloni lunghi, calzettoni lunghi, scarponcini, guanti in lana, scaldacollo o sciarpe. Sembra sufficiente per resistere anche nei mesi più freddi, ma in realtà non basta a resistere al freddo quando il rider è costretto a rimanere fermo all’aperto, in attesa di un ordine, per tanto tempo. Allo stesso tempo, il fisico del fattorino è temprato dai continui sbalzi di temperatura, dati dall’alternare il freddo invernale esterno al calore interno dei ristoranti, surriscaldati dalle cucine.

 

I rider più fortunati abitano all’interno dell’area di copertura, vale a dire la zona in cui quest’azienda effettua le consegne, e quindi per loro è sufficiente scendere sotto casa per essere pronti e operativi. In questo caso invece saliamo in sella e velocemente ci rechiamo proprio a cavallo del confine della zona operativa, e solo in quel momento possiamo tirar fuori il telefono e fare “click” sul pulsante “Vai online”, che ci rende disponibili per le consegne. Da quel momento non resta che aspettare che il telefono squilli. Ci si siede a terra, su un muretto o sulla bici stessa, e si ascolta musica, si legge, si perde tempo sui social, cercando di ingannare l’attesa. Qualche volta ci si avvicina alle zone più ricche di ristoranti, per sollecitare l’algoritmo a inviarci un ordine, sebbene ogni spostamento fuori dalle consegne non sia retribuito.

 

Un rider col tempo impara anche ad attrezzare la propria bici in maniera tattica. La più semplice mountain bike è decorata da tanti accessori di primo acchito bizzarri: un supporto sul manubrio per sostenere il solito smartphone, le luci anteriori e posteriori per aumentare la propria visibilità in strada, i parafanghi per salvare il salvabile nei giorni di pioggia, una bottiglietta di plastica nel vano per la borraccia, che il rider ha scoperto essere oggetto troppo appetibile per i ladruncoli.

I più fortunati hanno un mezzo elettrico, la cui pedalata assistita può generare un po’ di sollievo e, soprattutto, una decisa assistenza nelle impervie salite romane.

 

Il tanto menzionato smartphone è lo strumento fondamentale per un rider. Con esso si prenotano i turni e si ricevono gli ordini. Da una certa ora del lunedì, a seconda delle proprie statistiche, al rider viene data la possibilità di accedere al calendario e prenotare i turni della settimana successiva. Le giornate sono divise in slot di un’ora, la città di Roma è divisa in grandi zone come Centro, Salario, Eur, Tuscolana, e così via. Il rider quindi può scegliere una zona e prenotare lo slot in un determinato giorno e orario, se questo non è stato già prenotato da un numero sufficiente di rider.

Per questo sono importanti le statistiche personali. L’azienda le suddivide in “affidabilità” e “partecipazione”, che corrispondono rispettivamente alla percentuale di turni prenotati in cui si ha effettivamente lavorato e al numero di sessioni con maggiore richiesta in cui si è lavorato (cioè i turni delle sere del weekend, in cui il numero di clienti è maggiore).

Questa impostazione del lavoro conferisce al rider una flessibilità senza pari; nessun altro datore di lavoro permetterebbe al dipendente di scegliere gli orari in cui lavorare, senza alcun limite minimo. Tuttavia questa flessibilità non è assoluta, infatti le statistiche personali generano un meccanismo che spinge il concetto di meritocrazia all’estremo: chi più lavora, più può lavorare. I rider con le statistiche migliori possono scegliere per primi i turni (e tendenzialmente li prenotano quasi tutti per non avere dubbi), lasciando agli altri, che magari hanno minore disponibilità, la sola possibilità di stare pronti a occupare quelli lasciati liberi da loro in un secondo momento.

 

Il telefono squilla; si riconosce la melodia dell’app dell’azienda. Succede quando viene proposta una consegna, proprio come se arrivasse una telefonata. Al rider sono indicate sulla mappa le posizioni del ristorante e del cliente, la distanza totale da percorre, e il compenso relativo a quell’ordine. A quel punto il ragazzo può scegliere se accettare e partire in direzione del ristorante o rifiutare e aspettare la prossima consegna, rinunciando ovviamente alla paga.

Siamo giunti alla parentesi remunerazione, che funziona proprio come si intuisce, a cottimo. Più si lavora, cioè più consegne si effettuano, e più si guadagna. Le consegne non hanno tutte lo stesso valore, ma quelle che riguardano distanze umanamente percorribili in bicicletta in media oscillano tra i 4 e i 6 euro. Un rider in bicicletta può riuscire a effettuare 2 o 3 consegne in un’ora, e il conto per la retribuzione di una serata di un paio d’ore quindi è presto fatto.

 

Accettiamo la consegna. Saltiamo quindi in sella e pedaliamo velocemente verso il ristorante. Non ci sarebbe bisogno di affrettarsi, ma per sua stessa natura un rider lotta contro il tempo. Minore infatti sarà il tempo impiegato per ogni consegna e maggiore sarà il numero di consegne che si riuscirà a effettuare. In realtà con l’esperienza si impara che quei pochi secondi guadagnati pedalando con più vigore, e costati parecchia fatica, sono resi vani da tutti i minuti trascorsi ad aspettare che sul telefono arrivi una consegna o che il ristorante ci consegni finalmente il cibo.

In tempi normali il rider sarebbe entrato nel ristorante cercando invano di passare discretamente in mezzo alla clientela, che spesso lo guarda come una creatura misteriosa, forse a causa del suo abbigliamento luccicante e poco elegante o per i segni evidenti di affaticamento. Durante l’epidemia invece i locali sono vuoti, o meglio sono presenti soltanto i colleghi rider, tutti a debita distanza, muniti di mascherine e guanti. La maggior parte di essi è di nazionalità straniera, la quasi totalità è di genere maschile. Il processo di reclutamento delle aziende di food delivering infatti è piuttosto smart: ci si candida compilando un modulo online e, se si viene assunti, si riceve il materiale per le consegne a casa o lo si ritira in una sede. Così, una volta firmato un regolare contratto, si può iniziare subito a lavorare. L’opportunità è ghiotta quindi per tanti ragazzi che preferiscono questa attività ad altre che spesso vengono svolte in nero.

 

Una volta ricevuto il cibo dal ristorante, si entra nella fase più insidiosa del mestiere: consegnare il pasto senza farlo freddare e senza rovesciarlo. Arrivare al traguardo senza versare nel proprio zaino il contenuto di bibite e pietanze oleose è un gioco di equilibrismo che sembrerebbe più consono a un circense che a un fattorino. L’impresa, in bicicletta sul manto stradale di Roma, è tutt’altro che scontata e, con l’esperienza, si impara che ogni piccola leggerezza o disattenzione ci si paleserà nel momento in cui estrarremo il pacco dallo zaino.

Giunti quasi a destinazione con una mano si tiene il manubrio e il freno, con l’altra il navigatore che ci indica il percorso, e con gli occhi si cerca il civico del cliente. I più amati dai rider sono quelli che indicano non solo il cognome, ma il numero dell’interno, evitando quindi la lettura di decine di cognomi in cerca di quello giusto. Benché l’attività possa risultare divertente in alcuni casi, il momento la rende più che altro snervante. Una volta trovato il cliente si sale verso la porta di casa e, di questi tempi, si consegna il pasto facendo attenzione a evitare ogni contatto. Con gli altri fattorini a volte ci si diverte a catalogare la clientela in base alla propensione a lasciare la mancia. Apparentemente sembra che le famiglie siano tra i clienti più generosi, al contrario dei single e dei giovani.

Consegna dopo consegna, la serata si conclude più o meno velocemente, a seconda di come è andata, talvolta con soddisfazione, talvolta con marcate arrabbiature.

 

Ho volutamente omesso che il rider a cui si è fatto riferimento sono io stesso, perché questa non è la mia storia personale, ma la storia di tanti ragazzi che, come me, si sono organizzati con quello che avevano per guadagnare qualcosa. A fine giornata si tirano su le maniche e salgono in sella, in attesa che il telefono squilli. A inizio epidemia, insieme ai padroni dei cani, erano rimasti solo loro in strada, fantasmi catarifrangenti che rimbalzavano da una parte all’altra della città con un pasto di qualcun altro sulle spalle, chi per non peggiorare nelle proprie statistiche, chi per rispettare i turni, tutti per necessità.

E a fine serata non resta altro che risalire in sella per tornare verso casa, pedalata dopo pedalata.

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